Per Acquaroli Presidente

Le Marche Migliori

Programma

Sanità, Prevenzione e Sociale

  1. Organizzazione sanitaria attuale e effetti negativi delle passate legislature
  2. Principi su cui si basa il modello proposto
  3. Modifiche alla struttura di programmazione, gestione e controllo
  4. Cure Primarie
  5. Rete ospedaliera
  1. Organizzazione sanitaria attuale e effetti negativi delle passate legislature.

Le giunte precedenti, ed in particolar modo l’ultima legislatura, hanno commesso i seguenti errori.

 

1) La concentrazione di alcuni servizi nella azienda sanitaria unica regionale (ASUR). Quest’ultima ha dimostrato di essere inefficiente e conflittuale nei confronti della regione, aumentando il livello di burocratizzazione del sistema senza ottenere i necessari benefici operativi e con tempi di esecuzione non compatibili con le esigenze del cittadino.

 

2) Sistematica chiusura delle strutture ospedaliere dell’entroterra e svuotamento progressivo dei servizi al cittadino nelle stesse aree, senza una analisi adeguata del profilo epidemiologico della popolazione e del tipo di risposta locale necessaria; in primo luogo non si è tenuto conto delle necessità e della ridotta mobilità delle persone anziane. I servizi di salute si sono progressivamente allontanati dal cittadino, contribuendo allo spopolamento delle aree interne, collinari e montane. In queste zone la tendenza è quella di aumentare la mobilità passiva superando i confini occidentali della regione con aggravio di costi ed insostenibilità del sistema.

 

3) Assenza di programmazione nei confronti dei medici di medicina generale e di tutte le cure primarie, cui si è aggiunta la mancata iniziativa di creazione di un ente di controllo tecnico, finalizzato ad una armoniosa collaborazione tra medicina del territorio e medicina ospedaliera, per potenziare una sanità integrata e ridurre al minimo le inefficienze e gli sprechi. Basti pensare alle liste di attesa.

 

4) Approccio dilettantistico (algoritmico!) al problema delle cosiddette “liste d’attesa”, senza una disamina delle cause strutturali che determinano i percorsi diagnostico-terapeutici tra i vari livelli di cura (governo clinico). Di fatto, la soluzione dei problemi clinici è affidata costantemente a soggetti con livelli di cura superiore al necessario. Per esempio, l’azienda ospedaliera Ospedali Riuniti di Ancona esegue manualità diagnostico-terapeutiche che non sembrerebbero essere di secondo livello, come ci si aspetterebbe per quei costi, ma di primo livello. Queste dovrebbero invece essere eseguite negli ospedali del territorio (ad esempio protesi d’anca e di ginocchio, colecistectomie per via laparoscopica, ernie del disco, biopsie cutanee e altra chirurgia dermatologica minore, medicina clinica, non sono operazioni urgenti ma dovrebbero semplicemente essere classificate come diagnostica di base, come è il dolore addominale).

Allo stesso modo, anche gli ospedali territoriali sovente svolgono azioni di risoluzione di patologie considerate di primo livello, quando invece non richiederebbero neppure cure specialistiche.

 

5) L’aver portato avanti, come un mantra, la costruzione di grandi strutture ospedaliere provinciali uniche (ospedali unici), quando si hanno ancora in funzione strutture valide ed efficienti. Questo ha dato una ulteriore prova di assenza di visione, progettazione e programmazione nel settore della salute pubblica. Gestire la salute non può essere una attività delegata a palazzinari! I costi di project financing, più volte ritenuti inefficienti o dannosi nell’edilizia ospedaliera anche dalla Corte dei Conti di più Regioni italiane, vanno valutati attentamente perché non si capisce come possa esservi rischio di impresa nella costruzione e gestione di strutture ospedaliere. I costi pubblici regionali – come la giurisprudenza amministrativa riporta – investiti nei “nuovi” ospedali riducono peraltro drasticamente la disponibilità finanziaria per il personale da utilizzare sul territorio e negli stessi ospedali.

 

6) Debolissima la posizione assunta e scarse le proposte nei confronti della facoltà di medicina e di altre facoltà di scienze della salute della UNIVPM di Ancona, tutti fatti che non hanno consentito di adeguare programmi e numeri di professionisti da licenziare in modo adeguato alle dinamiche e bisogni della popolazione residente.

 

7) Visione corta e limitata nel predisporre investimenti nelle nuove tecnologie e nella diversificazione dei compiti (per esempio nelle Marche ci risulta non esista un laboratorio di citogenetica, sempre più usato nella cosiddetta medicina di predizione, che supera la stessa prevenzione).

 

8) Disomogeneità di retribuzione del personale tra i vari enti, senza una valutazione adeguata del tasso di utilizzo dei posti letto, questione eppure trattata da numerose delibere regionali.

 

9) Visione sanitaria priva di qualsiasi analisi e programmazione: il caso del Presidio Unico Ospedaliero (PUO).

Nell’AV5, dal 2015, con la determina 1269 del 30 dicembre, quindi otto mesi dopo la pubblicazione del DM 70, è stato individuato un PUO nel quale le due sedi (Ascoli e San Benedetto) “debbono essere considerate come due padiglioni dello stesso ospedale, nei quali le attività sono integrate”. La Regione ha proposto (e la stessa proposta risulterebbe esser stata avanzata nell’AV3 di Macerata) la creazione di un nuovo ‘Ospedale Unico’ con sede a Pagliare (Comune di Spinetoli), trasformando le due attuali sedi in poliambulatori con strutture residenziali e con lungodegenza: strutture previste dal DM 70 all’articolo 10.

La questione solleva numerosi interrogativi e criticità:

1) San Benedetto e Ascoli Piceno, la quarta e quinta città per popolazione delle Marche (quasi 100.000 ab.), resterebbero, le uniche in termini di densità demografica, senza un presidio sanitario;

2) si creerebbe un PS unico con un numero di accessi, nel 2018, pari a quasi 70.000, considerando che Macerata sarebbe addirittura con 77.000 accessi. Si consideri inoltre che Torrette più l’INRCA hanno avuto quasi 66.500 accessi: tutti numeri che testimoniano la scarsa attitudine ad una analisi costi-benefici;

3) si continua a parlare di ‘nuovi ospedali di eccellenza’ ma confrontando la proposta della Regione con la realtà esistente dei nosocomi resterebbero le stesse specialità senza alcuna nuova eccellenza sanitaria.

4) Senza contare le attuali condizioni delle infrastrutture viarie e le problematiche di viabilità d’accesso. Quasi 100.000 abitanti delle due città di Ascoli e San Benedetto dovrebbero spostarsi verso il nuovo nosocomio per usufruire dei servizi sanitari, come anche tutto l’afflusso turistico della costa dovrebbe rivolgersi ad una struttura distante o comunque meno accessibile rispetto ad oggi (si pensi soltanto che, a riguardo, nel 2018 si sono registrate circa 1.270.000 presenze sulla costa).

5) L’assenza di progettualità di dettaglio sulle diverse tematiche, utile e fondamentale per consentire ai vari portatori di interesse di valutare in modo appropriato le effettive specialità scientifiche che ne verranno, lo stato dei ricoveri ambulatoriali che il nuovo ospedale offrirà, fino all’assenza di studi socio-economici e di degrado urbano sulla città di Ascoli e San Benedetto legati allo spostamento dei presidi sanitari attuali

6) Enormi saranno poi i costi di realizzazione e gestione del nuovo presidio sanitario, ad oggi di difficile valutazione (si parla addirittura di 250 milioni di euro).

7) L’importanza di avere due presidi sanitari nella Provincia in un’ottica di prevenzione epidemica, vedasi l’emergenza Covid-19.

8) Le differenti scelte politiche sul mantenimento degli ospedali che non hanno seguito alcuna logica. Si mantiene, ad esempio, l’ospedale di Fano, distante 12,5 km da quello di Pesaro, con la seguente motivazione “la struttura ospedaliera insiste in un territorio con elevata attrattività turistica ed alta densità demografica, per rispondere efficacemente ai bisogni dei cittadini”, mentre per l’ospedale di San Benedetto del Tronto, città con più densità abitativa e afflusso turistico rispetto a Fano, si farebbe una scelta completamente opposta.

B   Principi su cui si basa il modello proposto.

  1. 1 Unità del benessere fisico psichico e sociale della persona da sottoporre a deregulation.

Si concorda con il principio secondo cui l’impostazione delle cure deve porre al centro il cittadino, considerato nella sua entità come persona. La politica dell’OMS, basata su continui falsi allarmi e emergenze per attirare contributi dagli stati membri delle Nazioni Unite ha poi portato ad estendere in modo pericoloso (e costoso!) l’ambito di azione dei professionisti della salute, coinvolgendoli in problemi falsi o non prioritari, comunque a scapito della qualità del lavoro sanitario.

Alcuni significativi esempi sono:

  1. a) Nel 2012, il falso allarme che il 25% della popolazione mondiale era depressa, causò l’emergenza folle del pericoloso trattamento farmacologico.
  2. b) La campagna di disinformazione contro il consumo di zuccheri (saccarosio e amidi) causò il privilegiare i dolcificanti sintetici, dagli oscuri e imprevedibili effetti negativi a distanza.
  3. c) La campagna contro prodotti locali come il parmigiano reggiano per il suo contenuto di sale fu devastante, senza considerare che gli italiani, consumatori di parmigiano in modiche quantità, sono tra i più longevi al mondo.
  4. d) La proposta di circoncisione di tutti i maschi africani per il controllo dell’AIDS, senza minimamente tenere conto delle realtà chirurgiche africane e delle risorse necessarie.

Molti dei suggerimenti ufficiali delle Nazioni Unite, prodotto da commissioni di esperti provenienti da troppe e varie parti del mondo, debbono essere vagliati nei contenuti, per verificare che: a) non ledano il comune buon senso; b) non invadano gli alvei culturali dei potenziali beneficiari.

Bisogna ridurre lo spazio di azione del sociale e del psicologico, perché questi fanno parte della cultura delle famiglie e dei singoli individui. Il sistema sanitario non deve essere invasivo nei confronti della propria cultura.

Pertanto, poiché alcuni servizi rientrano nelle esigenze culturali di ciascun individuo, rimane l’opzione che vede i servizi sociali in parte a carico delle scelte del cittadino e quindi delle sue tasche, senza imporre modelli di sorta, ed in parte della Regione.

Rappresenta invece una emergenza sociale gravissima nel nostro territorio, così come in altre regioni d’Italia, il consumo di alcol e droghe negli adolescenti, peraltro favoriti da una politica a livello centrale non sempre trasparente. L’abuso di droghe ed alcool è da considerare un male assoluto, quindi andrebbero urgentemente investite nuove risorse per osteggiare questi gravi problemi, naturalmente facendo leva sulla interdisciplinarietà (sociale-sanitario-legale).

B 2. Superare i campanilismi del passato

La politica purtroppo ha spesso fatto scelte, in ambito sanitario, poco attinenti al diritto alla salute e più propense alla tutela del proprio bacino elettorale.

Solo così potrebbe essere giustificato l’irragionevole spostamento dell’ASL 7 da Ancona a Fabriano e la persistenza dell’Azienda ospedaliera Marche-Nord che continua a non avere – a nostro avviso – il profilo richiesto per una azienda sanitaria, fino alla forzata assimilazione dell’ospedale Santa Croce di Fano con l’ospedale di Pesaro.

Inoltre si è continuato ad insistere su servizi costieri o prossimi alla costa, solo perché – evidentemente – sembrano essere molto più remunerativi dal punto di vista elettorale rispetto a quelli delle zone interne, condannando le zone montuose all’abbandono anche di fronte a calamità naturali.

Questo ha creato un senso di rivalsa e non appartenenza non solo con le zone montane ma anche con le province meridionali, in un gioco di richieste pretestuose di spazi di potere.

I servizi di cui la popolazione necessita andrebbero invece redistribuiti, valorizzando le comunità locali, aumentando l’incentivo alla stanzialità attraverso la creazione di opportunità e accompagnando le azioni con la ferma intenzione di arginare campanilismi conflittuali. Se così non fosse, si darebbe un avallo implicito alle politiche del passato.

Fondamentale è quindi utilizzare gli indici che scaturiscono dall’epidemiologia e dal tasso di utilizzo delle strutture e dei servizi già esistenti. Investire dove c’è carenza, recuperare dove c’è spreco.

B 3 Servizi pubblici e servizi privati: complementarietà non antagonismo!

Il privato è un individuo capace di fruire consapevolmente del SSN, quindi di esprimersi ed autodeterminarsi nel diritto proprio alla salute se:

  1. A) ciascun singolo cittadino crede sia meglio evitare il servizio sanitario pubblico. In questo caso il cittadino, nella sua piena libertà, cerca per sé e paga per sé i servizi che più ritiene idonei alle sue necessità. Il pubblico non si dovrà preoccupare troppo delle singole necessità, ma garantire appieno il solo servizio pubblico nel modo migliore possibile;
  2. B) se il privato modula ed eroga servizi ogni qualvolta il sistema pubblico non sia dotato di una sufficiente qualità e quantità di servizi. In questo caso il sistema pubblico può allora convenzionarsi e pagare a prestazione, colmando ogni gap strutturale esistente. I costi di fornitura del servizio (attrezzature, risorse umane, infrastrutture etc.) non solo rimarrebbero comunque a carico del privato investitore, ma il privato stesso dovrà necessariamente garantire la giusta flessibilità, dovendosi adattare alle mutate esigenze, frutto di cambiamenti demografici, di diverse distribuzioni territoriali dei centri di eccellenza, di diverse dislocazioni di centri pubblici e privati.
  3. C) L’attività libero-professionale intra-moenia dei dipendenti pubblici deve essere invece regolamentata e conforme al tariffario nazionale. Inoltre bisognerebbe stabilire una proporzione da non superare tra le attività libero-professionali e le attività in regime istituzionale.

B 4. Eliminazione delle duplicazioni dei servizi nell’ambito pubblico: il pubblico paga per lo stesso problema una volta sola e combatte contro la referenza inappropriata (medicina difensiva).

Mentre l’iniziativa autonoma del privato è accettabile per dare garanzie di libertà di scelta al cittadino, non è accettabile che, nel settore pubblico dei servizi sanitari, gli stessi siano forniti da livelli differenti di cura che si antagonizzano spesso tra loro, aumentando spese e conflitti di interesse.

Non è accettabile ad esempio il fatto che, se in ambito pubblico alcuni servizi apparterrebbero alle cure primarie, questi verrebbero erogati anche da pronti soccorso e/o da specialistica di secondo livello (vedasi punto 4 del capitolo A). Emerge chiaramente la necessità di un organo di governo clinico che definisca meglio il livello di cura, di risoluzione o di monitoraggio delle patologie croniche delle varie affezioni nell’ambito della Agenzia Regionale Sanitaria.

Allorquando un problema è affrontato a un determinato livello di cura, che non garantisce la soluzione del problema ma solo un puro triage in grado di riferire al livello di cura superiore, una simile attività è normale che non possa ricevere compensi: trattasi infatti di una prestazione non eseguita ma solo riferita.

E’ quindi necessario che il compenso dovrà essere devoluto solo al livello di cura che risolve realmente il problema. Una cosa è richiedere un esame (laboratorio, per immagini etc.), che non trasferisce la responsabilità medico-legale del medico di famiglia, un’altra è richiedere una visita specialistica di secondo livello, che invece trasferisce in parte o totalmente la responsabilità medico-legale.

Per esempio i DRG chirurgici sono riscossi solo dalla struttura clinica che realmente ha eseguito l’intervento chirurgico, non da quella che ha fornito una diagnostica ambulatoriale, anche se erogata in regime di ricovero ospedaliero.

Ci si attende quindi che questa azione aumenti la soluzione dei problemi sanitari attuali, garantendo livelli di cura migliori, decongestionando le strutture di livello superiore e quindi riducendo le liste d’attesa che, in gran parte, sono dovute all’eccesso di inappropriata referenza.

  1. Modifiche alla struttura di programmazione, gestione e controllo

1) Dalla soppressione dell’ASUR, verranno istituite 5 ASSL (Azienda Socio Sanitaria Locale), una per provincia, dotate di personalità giuridica e autonomia amministrativa e contabile. Al loro interno verranno istituiti i Distretti Socio Sanitari, con competenze specifiche per l’integrazione socio-sanitaria dei territori, d’intesa con gli Ambiti Territoriali Sociali (ATS), associazione di comuni per lo più limitrofi per la gestione dei servizi sociali. Gli ATS dovrebbero essere dello stesso numero ed estensione dei Distretti Socio-Sanitari. Oggi i Distretti sono 13 e gli ATS 24, con grande difficoltà di coordinamento e unità di interventi. Entrando in vigore le ASSL, gli ATS sarebbero superflui.

2) L’Agenzia Regionale Sanitaria (ARS), ente dipendente della regione Marche, dotata di personalità giuridica e di propria autonomia amministrativa e contabile, verrà potenziata e diverrà ARSS (Agenzia Regionale Socio Sanitaria), con competenze di supporto tecnico-scientifico per la gestione delle funzioni del Servizio Salute e del Servizio Politiche Sociali.

3) Andranno mantenute a livello regionale alcune funzioni amministrative come: a) controllo di gestione, b) gestione del personale c) magazzino d) acquisto consumabili e attrezzature.

4) Sarà ripristinato il controllo di gestione nella sua più ampia accezione a livello di ASSL per tutto ciò che ha ricadute dirette o indirette sul fondo SSR.

5) Nell’ARS si introduce un vero comitato di controllo tecnico sull’operato dei professionisti a contratto. Il comitato sarà composto da ispettori tecnici che monitoreranno la qualità degli ospedali e dei professionisti di cure primarie nonché l’appropriatezza delle certificazioni di malattia emesse.

I professionisti della salute, soprattutto nelle cure primarie e nei ruoli apicali (medico di medicina generale) debbono necessariamente avere un meccanismo di contrattazione efficace ed efficiente. Per eseguire queste valutazioni gli ispettori devono avere accesso alle basi di dati delle prescrizioni. Il controllo sarà in parte casuale in parte guidato dal data base delle prescrizioni.

6) È indispensabile ridefinire la proporzione tra dipendenti amministrativi e sanitari attualmente sbilanciati verso i primi (molti amministrativi e pochi sanitari). Secondo le indicazioni ministeriali, salvo eccezioni, il personale amministrativo non dovrebbe superare il 7% del totale. Naturalmente questa percentuale nella nostra regione è ampiamente superata.

7) Nel più breve tempo possibile tutti i cittadini dovranno inoltre avere attivato il proprio fascicolo sanitario elettronico, attraverso una campagna di sensibilizzazione promossa dai medici di famiglia e dai distretti. I cittadini, liberi di non attivare il FSE, debbono comunque sapere che possono avere dei disservizi nella erogazione dei risultati di tests clinici.

  1. Cure Primarie

1) I presidi ospedalieri dismessi devono essere riqualificati come ospedali di comunità, ponte tra ricovero e assistenza a domicilio e, più in generale, a quella di prossimità.

2) Gli ospedali di comunità già esistenti, abbandonati da questa giunta regionale, devono essere riqualificati per garantire una sicurezza adeguata. Gli ospedali di comunità sono gestiti in comune dai medici di medicina generale supervisionati, al bisogno, per la parte tecnico-clinica, da medici ospedalieri delegati. Il DM 70 prevede delle articolate procedure per la Continuità ospedale-territorio (Allegato 1, comma 10) e per l’ospedale di Comunità (comma 10-1). Ad esempio gli hospice non devono essere ubicati all’interno dell’ospedale.

3) Gli ospedali di comunità devono stabilire una connessione con una piattaforma di teleconsulto clinico con l’ospedale territoriale di riferimento del distretto cui appartengono, in modo da garantire il dovuto supporto al primo livello da parte del secondo livello di cure. A questo scopo, i medici di medicina generale e gli altri operatori di cure primarie saranno formati sull’uso della piattaforma stessa, secondo le regole del teleconsulto medico tra professionisti della salute, in accordo alle norme della privacy e della deontologia medica.

4) I Percorsi Diagnostico Terapeutico Assistenziali (PDTA) esistenti vanno rivalutati dall’ente di governo clinico dell’ARS. Quelli che sono solo una complicazione burocratica e/o sono poco efficienti in termini di reale risoluzione dei problemi clinici (medicina difensiva) vanno aboliti.

5) Si ritiene sia necessario accelerare l’emanazione del Piano Regionale della Cronicità con la trattazione del primo elenco delle patologie croniche individuate dal Ministero della Salute. Di conseguenza, si deve organizzare l’assistenza, laddove possibile, attraverso modelli innovativi con l’applicazione sistemica delle tecno-assistenze, verificandone poi il reale risparmio in termini di tempo, risorse e costi per la formazione.

5) Accelerando sulla maggiore responsabilità e risoluzione della cure primarie, gli esami di primo livello saranno a disposizione dei medici di famiglia, che saranno coinvolti e arruolati appieno nella medicina di prossimità, favorendone l’associazione in strutture comuni.

6) Il fascicolo sanitario elettronico, alla stessa stregua della cartella personale delle tasse e dell’INPS, consentirà introduzione delle bio-banche richieste dal Ministero, compresa quella che evidenzia l’anzianità biologica dell’intero organismo e dei singoli organi, estensione della informatizzazione del servizio di cure primarie, con una operazione di coinvolgimento degli operatori delle cure primarie fino ad una pubblicizzazione porta a porta. Inoltre, nella gestione del paziente sotto l’egida delle cure primarie, si dovrà provvedere affinché i medici di medicina generale, soprattutto nelle strutture comuni, provviste di segreteria, possano autonomamente provvedere alla programmazione degli esami di biochimica, di diagnostica per immagini e di prenotazione di visite di consulenza specialistica direttamente per via telematica. In questa operazione sarà lo stesso sistema che, sulla base delle specifiche collocate dal medico (livello di urgenza, quesito clinico, residenza del paziente etc.) consiglierà le sedi più prossime e più disponibili nell’ambito del settore pubblico. Ove le proposte fossero insufficienti alle necessità cliniche del malato e quindi non combaciassero con le richieste, il medico di medicina generale avrà a disposizione un numero verde per la prenotazione di esami in strutture private.

7) Pur nello sviluppo della medicina di prossimità, che si presume riduca la movimentazione dei pazienti, il trasporto sanitario dovrà essere rivisto per garantire precisione, tempestività e sicurezza del malato.

  1. Rete ospedaliera

1) La rete ospedaliera dovrà seguire al meglio il DM 70/’15 (Decreto Balduzzi), ma con maggiore perequazione territoriale.

2) Si ritiene opportuno mantenere 1 Azienda Ospedaliera e cioè L’Azienda ospedaliero universitaria “Ospedali Riuniti Umberto I – G.M. Lancisi – G. Salesi” con sede in Ancona.

3) L’INRCA, Istituto Nazionale di Riposo e Cura per gli Anziani a carattere scientifico, verrà rivisitato, potenziato e possibilmente trasformato in Fondazione, ai sensi del D. Lgs 16 ottobre 2003, n. 288 (vedi infra).

4) Per la costruzione dei nuovi ospedali si mantengono l’Ospedale Materno Infantile Salesi di Ancona e l’Ospedale Ancona Sud INRCA Ancona – Osimo.

5) Gli ospedali devono funzionare in rete con il territorio attraverso il FSE, attraverso le basi di dati dei servizi (PACS) e il teleconsulto medico tra ospedali territoriali e azienda ospedaliera.

6) Il sistema di referenza rapido nelle emergenze cardio-vascolari, traumatologiche, neurochirurgiche è formalizzato attraverso il teleconsulto medico tra ospedali territoriali e aziende ospedaliere.

7)  Riforma dei pronti soccorso. Negli accessi ai pronti soccorsi sono lasciate le seguenti attività:

  1. a) Tutti i codici gialli e rossi (in ingresso e/o in uscita) gratuiti.
  2. b) I codici verdi di natura traumatica (in ingresso e/o in uscita) gratuiti.
  3. c) I codici verdi (in ingresso e/o in uscita) come il dolore toracico sospetto per cardiopatia ischemica o altra affezione vascolare acuta sono gratuiti.
  4. d) I codici verdi (in ingresso e/o in uscita) ostetrici e pediatrici sono erogati e gratuiti.
  5. e) I codici verdi (in ingresso e/o in uscita) di altra natura sono a pagamento da parte del malato e mantenuti in lista d’attesa fino ad esaurimento dei livelli precedenti.
  6. f) I codici bianchi in entrata sono servizi di esclusiva competenza della medicina convenzionata territoriale e non eseguibili dal PS.

8) La continuità delle cure sarà garantita per mezzo di:

 

  1. a) Informazioni complete e in tempo reale, incluse nel Fascicolo Sanitario Elettronico del cittadino.
  2. b) Dimissioni protette dall’ospedale alla struttura per la riabilitazione che vanno aumentate e potenziate.
  3. c) RSA per la riabilitazione e Residenze Protette per non autosufficienti e le post acuzie, che vanno anch’esse potenziate fino a colmare i 1500 posti letto sul territorio regionale.

9) Alcune modifiche nell’erogazione di visite specialistiche e diagnostica per immagini dovrebbero agevolare il rapporto pubblico-privato, garantire equità e aumentare le prestazioni:

  1. a) L’inizio della libera professione intramoenia è previsto non prima delle ore 17,00 e si può estendere fino alle ore 22. Quindi le attività istituzionali sono relegate di fatto al mattino e al primo pomeriggio.

2 – La diagnostica per immagini è estesa alle ore serali e notturne. In particolare, nelle ore diurne si eseguono gli esterni e nelle ore pomeridiane e serali i ricoverati, fatte salve le urgenze. Anche in questo caso, valutato il carico di richieste di alcune tipologie di esami (soprattutto ecografie), si può pensare ad un ambulatorio dedicato agli esterni anche nel pomeriggio, almeno un paio di volte la settimana. Questa attività potrebbe essere svolta in libera professione.

10) Disabilità:

Gli interventi per la disabilità devono essere finalizzati alla piena inclusione sociale, alla tutela dei diritti e delle pari opportunità per tutti e alla rimozione di qualsiasi barriera, anche mentale, che impediscano o limitano l’accessibilità ai diversi ambiti della vita.

Occorre dare risposte assistenziali proporzionali al livello di disabilità, andando soprattutto ad agire sul sostegno alla “domiciliarità” familiare e sull’implementazione dei sistemi d’ausilio alle comunicazione e all’accessibilità ai sevizi.

Sviluppo sostenibile e Green-Economy

Per la prima volta dopo decenni di “convivenza” tra una classe politica inadeguata, che sosteneva modelli economici obsoleti per un proprio tornaconto politico-elettorale, e una classe di lobbisti, interessati a logiche di speculazione finanziaria, la politica si trova di fronte ad un bivio ed è nelle condizioni di proporre un’agenda profondamente innovativa ed ambientalista.

Ormai in tanti parlano di “crescita verde” ma il cambiamento deve essere effettivo ed efficace: dobbiamo ridurre velocemente le emissioni nocive promuovendo un’evoluzione economica fondata sui principi dell’ecologia.

E’ quindi indispensabile dirigere gli investimenti verso la ricerca e l’innovazione, per rilanciare imprenditoria e l’occupazione giovanile con l’ausilio fondamentale delle nuove tecnologie applicate ai processi produttivi.

Accelerare la creazione di un piano di valorizzazione energetica, di mobilità intelligente e di economia circolare, è oggi una priorità; si stima infatti che in Italia saranno effettuati oltre 190 miliardi di euro per investimenti cui seguiranno 800 mila nuovi posti di lavoro.

Per agevolare questa metamorfosi abbiamo bisogno di un sistema fiscale innovativo che sposti la tassazione dal lavoro al consumo di risorse, applicando il principio di “chi inquina paga”, sostenendo cioè le aziende che introducono sistemi all’avanguardia di protezione degli ecosistemi e, al contempo, incentivando in questa direzione i fondamenti istituzionali dell’istruzione e della salute, intesa come sanità anche frutto della protezione dell’ambiente.

 

Noi proponiamo un adeguamento della Regione al Green New Deal, il nuovo patto verde, grazie alle nuove direttive comunitarie divenute oggi una realtà: infatti la Commissione UE ha già messo in evidenza l’obiettivo strategico del piano, che trasformerà il vecchio continente nel primo blocco di Paesi a impatto climatico zero entro il 2050.

E’ inoltre a tutti noto che i giovani studiano a scuola, ormai obbligatoriamente, questi nuovi business model, mentre sia banche che le istituzioni stanno investendo in società benefit che certificano comportamenti virtuosi e finanziano l’energia verde e l’eco-sostenibilità. Entrambi gli atteggiamenti devono essere combinati, educazione e finanza, al fine di consentire un progresso necessario e omogeneo su tutto il territorio.

Settori chiave quali telecomunicazioni, energia, trasporti, logistica, edilizia, stanno peraltro rapidamente trasformandosi con l’impiego delle energie rinnovabili, che sono divenute sempre più economiche, pulite ed ecologiche, mentre i processi di circolarità e resilienza, elementi fondamentali di una società ecologica, sono ormai una realtà.

Occorrerà quindi sin da ora canalizzare gli investimenti dal pubblico e dal privato, stimati in oltre 1.000 miliardi di euro in 10 anni a livello nazionale, a cui si aggiungeranno almeno il doppio proveniente dal settore delle utilities private, predisponendo subito un protocollo di impiego dei diversi fondi necessari alla Regione per iniziare la riconversione economica, produttiva e del mondo del lavoro nell’era green.

 

A tal proposito sarà utile:

 

1) prevedere un piano regionale per lo sviluppo sostenibile, anche in accordo con altre regioni limitrofe, con il quale si attivi un percorso di pianificazione strategica, in cui si porrà la sostenibilità economica, sociale ed ambientale come elemento di riferimento, fondamentale per un miglior sviluppo del territorio;

2) modulare i bandi di finanziamento regionale, alimentati in buona parte da finanziamenti statali ed europei, al fine di consentire una traslazione dei sistemi produttivi verso processi retti sull’efficienza energetica e l’energia pulita;

3) realizzare strumenti digitali di condivisione delle informazioni (quelle aziendali, sia di prodotto che di servizio, quelle turistiche, naturalistiche e paesaggistiche) che possano insieme e in modo coordinato sponsorizzare al meglio la Regione, così da guidare la politica verso scelte più ponderate e razionali possibili, fino all’emissione di veri e propri certificati Green, idonei a premiare i comportamenti virtuosi di tutti, delle imprese che li ricevono e dei cittadini o turisti che li voteranno;

4) veicolare le risorse locali in progetti, che nascano non solo da tavoli dell’amministrazione turistica ma soprattutto da nuove forme di virtual marketing (come la digitalizzazione dei contenuti multimediali, che oggi apre le porte a nuove forme di conoscenza dell’ambiente locale);

5) veicolare i flussi di informazione sul progresso Green raggiunto dalle varie province come noto alle moderne scienze dell’analisi dei dati, per ovviare alla dispersione dei contenuti e delle necessità delle varie comunità, siano esse imprenditoriali che di cittadini;

6) potenziare l’impiego dell’energia verde, ad esempio consentendo partenariati tra cittadini e Comuni per la predisposizione di aree di ricarica per auto elettriche, consentendo così di beneficiare di una mutualità di interessi, primo fra tutti l’abbassamento della TARI per chi investirà – privatamente – con l’istallazione di aree fotovoltaiche o torrette di energia elettrica, anche domestiche (sgravi fiscali per chi promuove l’energia pulita).

Ambiente e Territorio

La nostra missione è quella di voler tutelare l’ambiente perché consenta un aumento della qualità della vita e del livello di prevenzione sanitaria. Il nostro obiettivo sarà quindi quello di agevolare la riqualificazione energetica degli immobili, mappare e avviare una bonifica dei siti inquinati e, soprattutto, attuare una vera e tangibile politica di ” Rifiuti zero”: proteggere l’insieme di tutti gli organismi viventi è una responsabilità collettiva.

Va in tal senso avviata una seria mappatura dei siti inquinati e avviata la bonifica degli stessi; a questa vanno aggiunte politiche che portino ad un miglioramento della qualità delle acque fluviali e dell’aria che respiriamo.

Urge pertanto approvare un vero piano di gestione del territorio che superi la ormai datata e anacronistica pianificazione esistente.

Vanno diffusi gli obiettivi di conservazione tra le comunità locali, vanno attivati strumenti di massima partecipazione dei marchigiani alla gestione delle risorse naturali, anche e soprattutto al fine di rendere la tutela dell’ambiente un’opzione condivisibile e conveniente, sul piano ecologico, sociale, economico.

Vanno avviate politiche volte alla conservazione delle specie e degli habitat, al recupero degli ecosistemi degradati. Occorre intervenire per tutelare e valorizzare le nostre aree protette e gli “ambienti fragili” dove sono maggiori i rischi legati all’antropizzazione. Dobbiamo peraltro attuare politiche che aumentino la mobilità dolce e portino ad una sensibile riduzione di CO2.

L’attuale pianificazione regionale sulla gestione dei rifiuti va urgentemente revisionata al fine di andare verso l’obiettivo “Rifiuti zero”; un traguardo raggiungibile solo investendo sulla raccolta “porta a porta spinta” e favorendo una tariffazione puntuale.

Vanno inoltre agevolate tutte le politiche di sensibilizzazione e, soprattutto, premianti all’interno dei vari bandi di finanziamento pubblico alle imprese, se queste si impegneranno a ridurre nei loro processi industriali la produzione di rifiuti.

Il più prezioso elemento della terra è l’acqua, ricordiamocelo. L’acqua deve rimanere pubblica e gestita secondo un modello di società pubblica.

Il servizio idrico va quindi gestito nell’interesse della collettività, fuori dalle logiche del mercato e del profitto. Va immediatamente avviata una pianificazione regionale sull’utilizzo e la distribuzione della risorsa idrica; inoltre occorre ottimizzare le reti al fine di ridurre lo spreco idrico e rendere il bene pubblico accessibile a tutti.

Un nuovo piano energetico regionale deve poi privilegiare il risparmio energetico e le fonti rinnovabili che siano, contemporaneamente, anche eco-compatibili.

Urge una nuova legge in materia urbanistica che non può essere più rinviata, che sia tesa verso l’obiettivo “stop al consumo del suolo”. Va incentivata la ristrutturazione degli edifici esistenti e avviato un processo di individuazione delle aree marchigiane che hanno le maggiori tipicità e unicità: questo al solo fine di salvaguardarne lo sviluppo e la conservazione, uno storico binomio con l’ambiente.

E’ giunta l’ora di intervenire sulla tutela delle nostre spiagge contrastando la cementificazione e l’erosione.

E’ inoltre d’obbligo un puntiglioso censimento dei manufatti o edifici contenenti amianto e, di contro, avviare forme di disincentivo, al fine di provvedere alla più rapida bonifica dei siti preesistenti.

La lotta al dissesto idrogeologico deve diventare realtà! Non si può pensare che tale funzione venga delegata al consorzio di bonifica e non agli uffici regionali provinciali (ex genio civile) che hanno da sempre un ruolo predominante, anche per esperienza, su questa materia; questi ultimi andranno dunque ricostituiti e potenziati.

Sarà infine fondamentale provvedere ad una reale pianificazione volta ad organizzare la pulizia degli alvei fluviali, senza tuttavia intaccarne il bioma, ad esempio con la demolizione delle strutture che possano produrre rischi in caso di esondazioni.

Ricostruzione delle aree colpite dai recenti eventi sismici

La ricostruzione delle aree sismiche è sì una ricostruzione che riguarda gli edifici, le attività produttive e le infrastrutture, ma è anche e soprattutto la ricostituzione di una comunità e di una economia legata al territorio e alle risorse naturali.

Ricordiamo soltanto che il territorio colpito è soprattutto quello interno, una vasta area che ha subìto in questi decenni un forte spopolamento con il conseguente abbandono di paesi, comuni, frazioni.

Popolazioni da anni ingabbiate tra macerie, perimetrazioni, indagini geologiche, messe in sicurezza, gestione dei ripopolamenti.

E’ chiaro che alla ricostruzione degli edifici e delle infrastrutture danneggiate dal sisma avrebbe dovuto necessariamente accompagnarsi una forte attenzione alle prospettive di sviluppo economico e sociale delle medesime aree.

Tutta la zona colpita è stata invece abbandonata a se stessa e, purtroppo, la propensione imprenditoriale dei residenti, che normalmente è sempre favorevole alla ripresa a patto che vi sia un sostegno all’avvio di nuove imprese, motore fondamentale di qualunque prospettiva di sviluppo, è stata spenta, forse presa in giro, sicuramente mortificata.

Un ulteriore paradosso frutto della miopia delle politiche recenti ha fatto sì che una regione al 70% collinare arrivasse ad avere il 70% delle imprese nei servizi, un rapporto del tutto snaturato con il territorio e le infrastrutture presenti, anziché, come sarebbe logico, un produttivo e intensivo settore primario, nel rispetto della natura, che peraltro attirerebbe maggiori turisti sempre più attenti all’ecosistema.

Eppure queste aree hanno già attivato idee e modelli di ripartenza come il Progetto “Nuova Residenzialità”: un progetto presentato dal CAI (proposta presentata a firma di due Unioni Montane del cratere Tronto-Valfluvione e Monti Sibillini in forma di emendamento al DL n.8/2017) finalizzato a ricostruire per ripopolare. La proposta, che mira al ripopolamento, calmiera infatti le spinte e i propositi che vanno verso una ricostruzione edilizia eccessiva. Suo presupposto è invece l’inutilità di una ricostruzione dei paesi distrutti dal sisma disgiunta da adeguate politiche di contrasto allo spopolamento delle aree interne, perché già in atto prima della crisi sismica iniziata il 24 agosto. “L’imperativo è gettare le basi di un nuovo tessuto economico e sociale per l’Appennino di domani: dalla ricostruzione materiale ad una “strategia del ritorno”, attraverso anche una riduzione volumetrica del patrimonio edilizio esistente (in parte abbandonato da decenni), tra i cui vantaggi ne risulterebbe un forte risparmio economico da parte dello stato ed un grande investimento sul futuro”. Questo modello, che regge sulla necessità di realizzare una più vasta e coordinata filiera turistica connessa strettamente alla politica energetica comune, ben può essere proposto in tutti i comuni colpiti in modo omogeneo e partecipativo.

L’idea è quella di ricostruire proprio quel settore produttivo, il primario, in modo da ripristinare i bioritmi economici e sociali dell’entroterra sfruttando le caratteristiche storiche della popolazione in chiave tecnologica: puntare su una ricostruzione che possa mettere al centro le attuali esigenze delle famiglie, quindi migliorare l’accessibilità, la permanenza, la sovrapposizione tra verde e urbano, consentire l’esaltazione delle caratteristiche montane dei luoghi, l’aumento e delocalizzazione della capacità ricettiva, incentivare l’attività agricola e zootecnica, il rafforzamento dell’economia locale nel suo complesso. Ripensare, poi, ai borghi cercando di aumentarne la larghezza delle vie d’accesso e interne, piccoli parcheggi integrati col verde circostante, realizzare strutture con materiali naturali, aumentare ove possibile le superfici vetrate degli edifici con affaccio sul verde, diminuire le altezze degli edifici, prevedere la possibilità di apertura di attività ricettive anche nelle frazioni, sfruttando le comunanze agrarie e dei poderi privati per creare forme di associazionismo in agricoltura e zootecnia, con precisi disciplinari, tesi ad uniformare prodotti e creare un unico brand.

Il dramma del terremoto può essere oggi una chance dato che i settori del credito, finanza, commercio e del turismo vedono oggi nella popolazione della Regione soltanto un bacino di utenza piuttosto che una collettività impiegata alla redditività, alla produttività e dedita allo sviluppo in termini di PIL; esemplare è il fatto che la popolazione marchigiana si caratterizza per una alta estensione per coltivazione ma con un basso output medio; il paradosso da vincere è quello che vede le Marche avere la stessa diversificazione per peso percentuale delle attività primarie, secondarie e terziarie della Lombardia ma con un PIL decisamente inferiore.

Cosa se ne evince? Certamente una errata gestione degli investimenti pubblici a danno delle aree rurali, distanti dai centri urbani. Canalizzare invece le risorse verso il terziario avanzato (agricoltura high tech, irrigazione, reti idriche e naturali efficienti, diffusione di dati e informazioni per l’industria e l’agricoltura…) consentirebbe di recuperare il più importante indotto industriale della storia, oltre a far ripartire il turismo sostenibile come naturale prosecuzione di interessi, dunque le attività connesse.

Spetta alla Regione rendere interessante il tessuto imprenditoriale di queste zone, quindi proporre un piano più avanzato possibile attraverso l’impiego di qualsiasi applicazione tecnologica, per un collegamento capillare fra intelligenza artificiale e ricerca scientifica: dal favorire che i programmi vengano messi a punto dopo aver testato accuratamente gli effetti dell’irrigazione, dei minerali, dei livelli di umidità e delle variazioni dell’illuminazione sulle coltivazioni, sino a riscoprire i migliori legami uomo-impresa-ecologia nelle aree terremotate che, in un domani certo, potranno finalmente tornare a risplendere.

La politica non può nascondere i problemi: troppi sono i passaggi burocratici per il rilascio dei crediti di finanziamento; troppi enti sono coinvolti, né si può pensare basti una ordinanza che scarica gran parte delle responsabilità ai tecnici per gridare vittoria.

Dopo il “dov’era, com’era”, proclamato dall’allora premier Matteo Renzi, e le tante promesse mai mantenute (le tanto attese semplificazioni e accelerazioni), e ben quattro commissari alla ricostruzione, è arrivato il momento che la politica, soprattutto quella regionale, avvii un vero processo di riforma.

Il personale assunto e impiegato nella ricostruzione va stabilizzato, perché non è possibile ritenere giusto che professionisti pubblici che verranno impiegati per forse più di 10 anni, possano vivere un costante e inumano precariato.

Ricordiamo che dietro ogni persona c’è una famiglia, una progettualità e un futuro… occorre quindi che la Regione si attivi in tutti i modi affinché ci sia un reale snellimento delle procedure di presentazione e approvazione dei progetti di ricostruzione; che si concretizzi un reale sostegno alle imprese attraverso dei forti provvedimenti di defiscalizzazione a lungo termine nelle aree colpite dal sisma; le zone economiche speciali non possono infatti rimanere un sogno. Solo agendo in questo modo si potrà consentire a famiglie e imprese di rimanere in quelle aree.

E’ una vera urgenza riorganizzare gli uffici regionali della ricostruzione, creare dei protocolli univoci, senza interpretazioni fuorvianti, al fine di porre il funzionario che esamina la pratica e il tecnico che la presenta in una situazione di massima chiarezza e sicurezza professionale.

Imprese, lavoro ed occupazione, riduzione fiscale

Il tessuto economico marchigiano è caratterizzato principalmente da circa 150.000 PMI con meno di 50 addetti; di queste 46.000 sono artigiane, il 62% sono ditte individuali e circa 70 quelle di grandi dimensioni.

La densità imprenditoriale è altissima, tra le più alte d’Italia: le attività economiche più diffuse nella Regione Marche sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso con il 24% sul totale imprese attive; seguono l’agricoltura, silvicoltura e pesca (19%), le costruzioni (14%) e le attività manifatturiere (13%).

Rappresentano il 3% del tessuto produttivo italiano ed il 14% di quello del centro Italia. Caratteristica comune di tutto il sistema industriale italiano è proprio quella che vede molte imprese, con dimensioni ridotte ed un management perlopiù familiare, adoperarsi nelle dinamiche della competizione nazionale ed internazionale proponendo il brand dell’italianità, per anni ritenuto vincente; queste imprese reggono la competizione globale cercando di creare reti e filiere locali, le stesse che sono divenute, col tempo, eccellenze mondiali.

E’ così che le PMI e micro-imprese marchigiane competono nei commerci e nell’economia, adoperandosi energicamente soprattutto con il potenziamento delle filiere locali della sub-fornitura specializzata, che rappresenta il mercato più difficile sia per barriere all’entrata che all’uscita.

Purtroppo la crisi economica che affligge sin dal 2008 la Regione e l’imprevista emergenza sanitaria mondiale “Codiv-19”, hanno messo in luce diverse debolezze a livello strutturale dell’economia marchigiana.

Se è vero infatti che la regione Marche è sempre stata una regione con un notevole tasso di sviluppo e con un livello di qualità della vita tra i più alti d’Italia, tanto da rappresentare ancora oggi una economia assai diversificata rispetto a quella dei primi anni ’90, all’epoca dei distretti tradizionali, il sistema produttivo ha manifestato negli ultimi anni una serie di necessità (logistiche, finanziarie, di servizi specializzati, di nuove filiere…) che, inascoltate, hanno man mano mostrato il fianco alla competizione dei mercati e alla finanziarizzazione – spesso onerosissima – dei processi produttivi.

Le criticità più evidenti del sistema produttivo attengono infatti alla specializzazione richiesta nei settori tradizionali o maturi: tra questi, soffrono maggiormente proprio i settori dell’agricoltura, della pesca e della silvicoltura.

Il motivo risiede nella bassissima spesa in conto capitale e in investimenti per l’innovazione e la trasformazione tecnologica. 

Si aggiunga, poi, uno scarso supporto infrastrutturale, dovuto all’assenza di una adeguata rete di servizi, il basso livello di investimenti esteri, il mancato ricambio generazionale nelle PMI, la scarsa managerializzazione delle imprese, la predominanza di competenze in loco (skills) che non consente certamente di competere nella cultura di impresa.

Le politiche regionali, espressione attiva della vera forza economia e istituzionale della popolazione locale, hanno realmente fallito nella gestione di queste risorse, dimostrando una assenza di pianificazione e lungimiranza nel breve e lungo periodo, nonché l’incapacità di vedere e, conseguentemente, risolvere le diverse e non irrisorie fratture economiche con il resto del sistema economico nazionale.

Basti solo pensare al fatto che non si rinviene ad oggi alcuna analisi dei dati, sia storici che prospettici, comparativi o quali-quantitativi, mirata all’elaborazione di una vera pianificazione di intervento senza sprechi: mancano studi sulla produttività del lavoro, sulle imprese e i loro tassi di crescita, sulle infrastrutture e il loro costo, sull’istruzione, sulle politiche attive.

Noi partiamo proprio da qui: dalla fase di studio e analisi fino alla fase di progettazione ed esecuzione.

A questa Regione è mancata infatti una lettura ed una rendicontazione per costi e per benefici: ma se non si hanno progetti non si potranno nemmeno ottenere risorse e fondi, siano essi nazionali che europei.  

La nostra proposta è quella di elaborare un piano uniforme per tutto il territorio marchigiano che miri a redistribuire competenze e capitali.  Come?

Attraverso la sinergia delle decisioni e la canalizzazione dei finanziamenti, sia pubblici che privati, che consentano, una volta analizzati i costi-benefici attesi, una crescita sostenibile. Questa si definisce come l’impiego delle risorse economiche e umane il più possibile conforme alla morfologia e storia del territorio; dunque occorre riequilibrare lo sviluppo dei diversi settori partendo dal basso, dal primario e dal territorio, valorizzando così la crescita sia dimensionale che professionale di queste imprese, nonché la loro capacità di attrarre nuovi investimenti; un esempio è dato dall’importanza del settore logistico, della cantieristica navale, della trasformazione diretta. 

Dal punto di vista operativo, la nostra proposta per il rilancio delle imprese consiste nell’elaborazione di un piano programmatico-strategico e di rilancio, composto da diverse lungimiranti azioni di intervento che interessano 5 aree principali:

  1. IL PIANO DELLE IMPRESE E DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE attraverso una azione che miri alla riforma delle filiere, da attuarsi con una rimodulazione e formulazione dei bandi di finanziamento secondo le logiche dell’industria 3.0 e 4.0, per garantire sia l’eco-sostenibilità che la cura del rapporto uomo-territorio; inoltre promuoviamo le capacità locali, ovvero la creazione, promozione e valorizzazione del “Made in Marche” per le eccellenze del nostro territorio, per aiutare le imprese che fanno della qualità e della ricerca la propria ragion d’essere – identità – ma anche per promuovere il territorio marchigiano con un brand unico nel mondo.
  2. IL PIANO DEL MIGLIORAMENTO DELLE INFRASTRUTTURE attraverso azioni che mirino ad un intervento per lo sviluppo reginale-interregionale grazie ad una preventiva analisi delle carenze infrastrutturali. Il fine sarà quello di pianificare interventi organici e complementari, sia nel breve che nel lungo periodo, per adeguare il costo di trasporto delle imprese con quelli più competitivi e efficienti esistenti;
  3. IL PIANO DEL TERZIARIO, il settore più devastato dall’emergenza sanitaria. La nostra azione mirerà ad adeguare i sostegni pubblici senza escludere alcuna area ma, al contrario, con l’obiettivo di uniformare – anche a livello industriale – lo sviluppo costiero con quello montano, in funzione della contiguità dei servizi, primo fra tutti la promozione internazionale e la comunicazione istituzionale di ogni forma di tutela paesaggistica e artistica;
  4. IL PIANO R&D, così da valorizzare la capacità imprenditoriale delle nostre realtà economiche, tanto nel manifatturiero quanto nei settori high-tech, sull’onda propulsiva dei partenariati tra università e imprese; le università sono infatti le uniche entità capaci di attrarre talenti e condividere su vasta scala le innovazioni e la formazione di alto livello. Come l’esperienza degli ultimi anni dimostra, è bene che l’azione miri a dare sostegno economico e, soprattutto, contrattuale, al mondo delle start up, delle imprese innovative, mediante piani di indirizzo condivisi con il mondo della ricerca, istituendo veri e proprio “Tavoli dell’innovazione”, meeting regionali dove raccogliere le esigenze e condividere le esperienze nel campo della ricerca e dello sviluppo, sino alla promozione del partenariato, dei contratti di joint ventures sull’innovazione, che richiedono l’immediato e attento ascolto della politica per comprendere e risolvere le esigenze che il mondo della ricerca spesso è costretto purtroppo a celare;
  5. IL PIANO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: TRASPARENZA, INFORMAZIONE, DIGITALIZZAZIONE E PARTECIPAZIONE.

La massima trasparenza amministrativa è il punto fondamentale per una nuova politica al servizio dei cittadini e delle imprese, la c.d. politica partecipativa. Rendere qualsiasi atto accessibili e facilmente consultabile a tutti diviene anche il massimo deterrente per ovviare al dilagare di fenomeni illeciti. 

Il sito della Regione ad esempio andrà ripensato come la finestra attraverso la quale i cittadini e le imprese possono vedere e controllare come vengono gestite le risorse pubbliche e come meglio possono fruirne. 

Ma maggior trasparenza significa anche garantire un rapido accesso all’acquisizione dei dati da parte dei diversi portatori d’interesse che ne fanno richiesta. 

Occorre completare, riorganizzare ed integrare il sistema informatico regionale al fine di condividere e far interagire i diversi dati in possesso dei diversi uffici. 

È arrivato il momento di mettere in atto una riforma degli enti e delle partecipate, spesso mere scatole vuote utili solo per le nomine politiche. 

Un capitolo importante sarà la lotta alla corruzione e alla promozione della cultura della legalità a partire dalla formazione del personale in un’ottica di contrasto all’illegalità.

Occorre dar vita inoltre a strumenti di democrazia partecipata diretta, a partire dal bilancio partecipato, cercando di dare la possibilità alle comunità territoriale di poter decidere e partecipare alla crescita dei propri territori proponendo progetti per poi vederli finanziati sotto forma di bandi pubblici. 

Nessuno deve rimanere indietro e questo vale anche per le amministrazioni comunali, soprattutto i comuni più piccoli, dell’entroterra, colpiti anche dalle calamità naturali: a loro la Regione deve dare risposte maggiori, perché soprattutto da loro passa il presidio dei territori e la conservazione delle nostre radici.

Qui la nostra azione sarà dunque orientata all’innovazione strutturale a favore delle imprese, all’e-learning per la formazione e aggiornamento del personale, viste anche le riforme in atto sulla digitalizzazione della burocrazia. Inoltre è necessario semplificare la P.A.; ciò si traduce nella necessaria riduzione dei costi al fine di accelerare i processi di sviluppo economico. Tutti sappiamo che qualsiasi attività economica si voglia intraprende richiede tempi e costi esorbitanti rispetto ad un qualsiasi competitor europeo. E’ necessario pertanto ridurre materialmente questi sprechi amministrativi che non aiutano il mondo imprenditoriale, più che mai gravato da mille adempimenti, persino nell’era della digitalizzazione e dell’informatica specializzata. Avere una amministrazione pubblica efficacie significa anche valorizzare i tanti dipendenti pubblici, professionisti della Regione, riducendo le inefficienze. 

Il nostro modello di Regione si impegna ad aiutare i Comuni ad accogliere imprese e persone, centralizzando alcune funzioni interne che ben potrebbero essere servite dalla Regione (meno costi dei Comuni, specialmente per i più piccoli).

 

NOTA:

Per comprendere perché il nostro movimento si muove lungo percorsi noti alle persone ma abbandonati dalla politica locale occorre fare qualche passo indietro, ricercando da quando e come sia stato possibile retrocedere al livello economico attuale.

L’economia marchigiana ha visto una frenata nella produzione a causa del Codiv, tanto forte da aver ampliato il gap della Regione con il resto del Paese. In particolare, l’indebolimento congiunturale e l’incertezza delle aspettative hanno negativamente condizionato l’accumulazione di capitale dei cittadini marchigiani, frenando così consumi e nuovi investimenti; a ciò si è aggiunta una profonda decrescita in atto sin dal 2012, da quando cioè la Regione ha tendenzialmente e gradualmente aggravato il livello di sviluppo e di investimenti. E’ dunque in atto una contrazione evidente degli investimenti che coinvolge indistintamente tutti i settori, a qualunque latitudine o dimensione.

Dal 2018 si è avuta inoltre una accentuata tendenza alla riduzione dell’avvio di nuove imprese, tendenza che nelle Marche è risultata molto più evidente rispetto alla media nazionale. Hanno contribuito certamente fattori strutturali, come il progressivo invecchiamento della popolazione, ma soprattutto fattori congiunturali, come la riduzione delle opportunità determinata dal prolungarsi della crisi interna.

Persino il settore immobiliare ha visto forti contrazioni, a causa dell’abbandono del territorio e della bassa prospettiva di reddito nella Regione; se tra il 2017 ed il 2018 la ristorazione ed i servizi turistici hanno in qualche modo beneficiato dell’attrattività del territorio, purtroppo il Covid-19 ha nel 2020 risolto ogni dato positivo sull’economia locale, azzerando qualsiasi prospettiva futura.

E’ esemplare poi la forma di delocalizzazione delle attività produttive registratasi negli ultimi anni. Se oggi nel territorio marchigiano esiste una notevole omogeneità nella propensione imprenditoriale, sia nelle principali aree urbane che in quelle rurali, è tuttavia significativo il fatto che persista un basso grado di vivacità imprenditoriale soprattutto nelle aree rurali con vincoli naturali (dunque pochi investimento nel turismo montano o paesaggistico); tutte aree normalmente dedite ad essere incubatori di esperimenti naturalistici o contenitori di sofisticate idee per l’accoglienza dei visitatori.

Vi è stata poi una riduzione delle imprese nelle aree urbane e intermedie e un aumento in quelle più interne; gran parte di questo incremento è il risultato della maggiore vivacità nell’attivazione di nuove imprese in conseguenze degli eventi sismici, dunque l’impiego di fondi nazionali ed europei per la ricostruzione infrastrutturale e aziendale, a scapito della produttività. Oggi questa diversificazione spaziale si imbatte però nei limiti delle infrastrutture e dei trasporti interregionali, fino a coinvolgere la pianificazione energetica: ad esempio, la green economy non avrà certo una capillarità tale da toccare per prima queste zone interne ed, in generale, i territori marginali.

Da ciò si evince che tutte le comunità montane, di tutte le province, sono rimaste isolate e abbandonate, anche professionalmente: ne emerge una trasformazione del tessuto produttivo, a causa della perdita delle professioni più specializzate sostituite da quelle meno specializzate, con riflessi su tutta la struttura dell’economia, tali da rendere le aree agricole “desertificate” in termini di occupazione e competenze tecniche di alto profilo, circostanza evidente se si considerasse il rapporto formazione/specializzazione/occupati, tanto che bassi sono attualmente gli investimenti in alta tecnologia proprio nei settori in cui la Regione è più vocata, il primario e la trasformazione alimentare.

Le aree urbane sono le uniche, di fatto, ad aver beneficiato della trasformazione tecnologica high tech avvenuta con l’avvento della globalizzazione 3.0; aree lontane dal mondo reale delle imprese, tagliate fuori dallo sviluppo tecnologico, come sono quelle legate all’agricoltura, la pesca e la silvicoltura.

Eppure sono queste ultime le uniche attività economiche ad aver subito il minor calo di valore aggiunto negli ultimi anni (2012-2018): ebbene le Marche si presentano come una regione a vocazione primaria ma senza servizi dedicati al loro sviluppo su scala nazionale e internazionale. Basti soltanto pensare che, nelle prime 10 aziende della regione per fatturato (dati 2018), sono presenti ben due grossisti alimentari, MAGAZZINI GABRIELLI e CONAD ADRIATICO, ma nessuna azienda della trasformazione o del settore primario.

E’ chiaro che il settore primario deve essere riformato secondo le logiche dell’innovazione, sostenibilità e della qualità. Infatti sono queste le parole caratterizzano i nostri prodotti agroalimentari nel mondo. Occorre allora ripensare il piano di sviluppo rurale (PSR) rendendolo uno strumento di programmazione semplice e utile alle imprese agricole per renderle più competitive nel mercato nazionale e internazionale, ma anche uno strumento che tuteli il territorio, l’ambiente e consenta l’avvicinamento dei giovani in questo settore economico importante per la nostra economia.

Il PSR va ripensato anche in un’ottica di incentivo alla trasformazione, alla vendita diretta e alla creazione e conservazione delle filiere che ci caratterizzano. Va potenziata inoltre la lotta per il contrasto alle contraffazioni in ambito agroalimentare.

Infine occorre emanare bandi di finanziamento che incentivino la formazione, l’innovazione e la ricerca in questo settore trainante.

Trasporti, mobilità e infrastrutture

Sotto gli occhi dei cittadini marchigiani sono ormai visibili tutte le criticità legate all’assenza di un’unica pianificazione regionale pluriennale riguardante le infrastrutture, i trasporti e la mobilità. Le continue code sull’ A14 nella parte sud delle Marche, l’assenza di programmazione sul completamento della pedemontana interregionale, il non aver avviato studi progettuali sulla possibile realizzazione di circonvallazioni utili e indispensabili al decongestionamento del traffico nelle città costiere,  il mancato ammodernamento delle infrastrutture viarie in alcune aree produttive, soprattutto quelle di penetrazione dell’entroterra marchigiano, l’assenza di una reale progettualità con le Ferrovie dello Stato sul sistema ferroviario marchigiano di concerto con il livello nazionale, ecc… sono i segni più evidenti di questa totale assenza di visione e programmazione. L’assenza di programmazione e progettualità da spendere è il problema più grande perché non consente l’individuazione delle risorse.

Noi proponiamo:

1) la creazione immediata di una cabina di regia con le università e i diversi portatori d’interesse, come ad esempio Confindustria, che avvii immediatamente un’analisi territoriale riguardante il sistema infrastrutture, trasporti e mobilità propedeutica alla redazione di un piano territoriale che abbia una visione programmatica nel medio-lungo periodo;

2) un forte potenziamento della mobilità dolce e la messa in rete delle infrastrutture già esistenti, sempre in un’ottica di massima accessibilità per tutti;

3) di sostenere le nuove infrastrutture per il trasporto elettrico (colonnine di rifornimento) e incentivare la conversione del trasporto pubblico in mezzi più efficienti a trazione elettrica o metano;

4) il riordino del trasporto pubblico al fine di collegare nel migliore dei modi l’entroterra marchigiano con il sistema “città capoluogo e costa”;

5) attenti e puntuali lavori per la sicurezza stradale, anche attraverso le campagne di sensibilizzazione, ovvero attraverso misure economiche volte alla razionalizzazione degli incroci pericolosi e all’ammodernamento dei tratti stradali non sicuri.

 

Per comprendere meglio la questione, si ricorda che da anni gli imprenditori, piccoli e grandi, della nostra Regione si trovano vessati dall’inesistenza di collegamenti idonei per i loro spostamenti di lavoro, sia nella rete ferroviaria che aerea. Recentemente si sono persino avuti disagi in tutto il tratto A14, che nel periodo estivo è tra i più trafficati d’Italia. Senza considerare i problemi del trasporto su gomma che, assieme alle altre criticità, hanno impedito alle imprese di ripartire in modo consono dopo il lockdown del 2020. I collegamenti verso ovest, ad esempio, sono impediti in ogni modo, tanto che quest’urgenza è ancora una questione di acceso dibattito istituzionale. E’ chiaro dunque a tutti, cittadini e imprese, che la Regione ha disatteso ogni ammodernamento utile alla vita economica e sociale dei residenti.

Cultura, Turismo e Istruzione

La manifattura, l’artigianato e il turismo sono le leve di sviluppo e dell’attrattività del territorio. Si tratta di consentire di far crescere ulteriormente una vera e propria “Industria del Turismo” nella nostra regione: i mercati internazionali lo impongono, la competizione turistica è diventata più marcata.

E’ indispensabile migliorare allora l’accessibilità del territorio in termini di infrastrutture, consentendo così alle imprese di sviluppare maggiormente il loro business anche con piattaforme aperte al mondo: il marketing turistico è senz’altro lo strumento migliore. Infatti i nuovi flussi turistici privilegiano la ricchezza del patrimonio culturale e la bellezza del territorio e dell’ambiente solo se è garantita la loro fruibilità, l’accessibilità e una adeguata pubblicità delle attività produttive presenti.

Perché si possano raggiungere risultati positivi nel settore occorre nel contempo potenziare la qualità delle nostre strutture ricettive, anche attraverso azioni sul fronte della capacità imprenditoriali e della qualità delle risorse umane impiegate, da sostenere agevolando dapprima la formazione, anche con piattaforme e-learning, fino alll’affiancamento delle politiche di sostegno all’internazionalizzazione con quelle di promozione e l’impiego di canali tecnologici, proprio perchè i consumatori moderni sono sempre più digitali; l’impatto della pandemia ha infatti dimostrato l’importanza di internet e dei social soprattutto nella ricerca di musei, cultura enogastronomica, formazione a distanza.

L’utilizzo dei “Cluster Turistici” può, ad esempio, veicolare il flusso turistico facendo emergere con precisione, per periodi e stagioni, le aree più attrattive culturalmente; per cui sarebbe possibile gestire meglio tutto il marketing territoriale solo selezionando e riproponendo un nuovo paradigma turistico.

Al marketing occorrerà inoltre affiancare la certezza delle risorse e dei tempi per la graduatoria di bandi di finanziamento di settore.

La Regione Marche, con diverse normative, si è dotata di Organismi di concertazione, quali il testo unico per l’industria e l’artigianato (LR 20/2003 art.7 Comitato di concertazione perla politica industriale), la legge di promozione per l’internazionalizzazione (LR 30/2008 art.3 Comitato di coordinamento.), la legge Impresa 4.0, Innovazione, ricerca e formazione (LR n.25/2018 art. 2 richiamo al Comitato di concertazione art.7 LR 20, art. 13 Tavolo permanente di coordinamento impresa 4.0), imposta la programmazione triennale e gli atti conseguenti (Piani annuali, misure di sostegno…); ha inoltre favorito una forte concertazione a monte delle rappresentanze di categoria, chiamate a partecipare ad organismi consultivi di supporto alla definizione degli atti di competenza della Giunta Regionale.

Le aspettative del settore mancano tuttavia di una connessione organica tra la rivoluzione Green economy ed un Piano regionale per lo sviluppo sostenibile e di gestione del territorio, ad oggi ancora inesistente: questa è la nostra proposta.

Proporre cioè le Marche sotto la migliore luce, secondo la modernità e le esigenze di un nuovo rapporto uomo-ricchezza-natura-cultura.

Così, ai Distretti Turistici (d. l. 13 maggio 2011, n. 70 modificato con legge 12 luglio 2011, n. 106), mai attivati realmente, istituiti con decreto del Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, andrebbero reso operativi e affiancati i Distretti Green Economy per migliorare l’efficienza nell’organizzazione e produzione di servizi combinati, oltre che favorire gli investimenti e l’accesso al credito, quindi accrescere lo sviluppo e snellire i procedimenti amministrativi in modo sinergico.

Va infine tutelato e valorizzato il nuovo umanesimo culturale, che vede le risorse naturali e culturali come nuove radici dello sviluppo turistico: la presenza di due parchi nazionali, regionali, di aree SIC e ZPS devono combinarsi con la bellezza dei nostri borghi, delle nostre tradizioni che per nessuna ragione dovranno essere perse, magari con l’avvento delle nuove esigenze turistiche e sociali.

La ricchezza dell’enogastronomia, dell’agroalimentare e del nostro artigianato vedono le Marche primeggiare in tutto il mondo: il Brand Marche è pertanto una garanzia di qualità culturale che, nei secoli, ha visto nel confronto e nello scambio delle popolazioni, sparse tra i diversi territori, la fonte di una unicità e specialità invidiata da qualsiasi visitatore. 

Le Marche: una regione al plurale.

Riordino enti: consorzio di bonifica e consorzi d'industrializzazione

STOP ALL’EMISSIONE DEI CONTRIBUTI DI BONIFICA

Il consorzio di bonifica deve ritornare a gestire la parte che riguarda l’irrigazione e la bonifica idraulica: non è più tollerabile che arrivino decine di migliaia di richieste di pagamento di contributi consortili ai cittadini marchigiani in nome della pulizia idraulica o della prevenzione al dissesto idrogeologico, che spesso si traducono in ricorsi nelle commissioni tributarie o addirittura in cartelle esattoriali. La gestione della prevenzione, la lotta al dissesto idrogeologico e la pulizia idraulica devono pertanto tornare in capo alla Regione attraverso gli uffici preposti, ovvero gli ex genio civile. Dovrà essere sospesa immediatamente la richiesta del pagamento del contributo consortile se non per la bonifica, la parte irrigua o dove sia provato il beneficio diretto all’immobile oggetto di richiesta di pagamento; questo in attesa dell’approvazione da parte del Consiglio Regionale di un piano di bonifica generale.

 

CONSORZI INDUSTRIALI

Revisione dell’attuale legge regionale 35/2008 con conseguente superamento dei consorzi industriali e nomina di un commissario rappresentante legale per la loro messa in liquidazione. Le operazioni di riconversione e messa in liquidazione saranno sottoposte al controllo e alla vigilanza dell’assessorato regionale al bilancio.

Le competenze devono passare in capo ai singoli comuni che in caso di sistemi interconnessi possono essere liberi di collaborare e organizzarsi autonomamente per attuare un vero rilancio economico, infrastrutturale ed industriale legato al territorio.

Politiche Scolastiche Educative

Questo è l’imperativo.

Mettersi a servizio della comunità marchigiana per “Ricostruire insieme”, ma con responsabilità, non distruggendo ciò che fin ora è stato fatto, ma potenziando i punti di forza e risolvendo le criticità, rocalla luce di una “nuova visione”.

 

  1. PROGRAMMAZIONE DELLA RETE SCOLASTICA REGIONALE

Le ultime Linee guida Regione Marche per la programmazione della Rete Scolastica e dell’Offerta formativa per il triennio 2020/23 (DA n. 102 del 15/10/2019 – Assemblea legislativa delle Marche) possono offrire dei validi spunti di riflessione sul tema.

Obiettivo prioritario, come si legge nella D.A. n. 102/2019, nella programmazione della rete scolastica ed dell’Offerta formativa (la cui determinazione rientra tra le funzioni  e i compiti amministrativi conferiti dallo Stato alle Regioni con il D.Lgs. n.112/1998), è assicurare ai giovani marchigiani, , in maniera omogenea tra le diverse aree territoriali, le medesime opportunità formative presenti nelle altre realtà nazionali, naturalmente nel rispetto di principi di efficienza, razionalità ed economicità.  

Ciò significa che nell’esercizio dei suoi compiti amministrativi e, ancor di più, nell’esercizio della potestà legislativa concorrente Stato-Regioni (Legge n.3 del 2001 – Riforma del titolo V della Costituzione, art.117) in materia di istruzione, […fatta salva l’autonomia delle Istituzioni Scolastiche…], la Regione deve rispettare le norme generali sull’istruzione (principi fondamentali stabiliti dallo Stato) al fine di garantire parità di trattamento e le medesime opportunità su tutto il territorio nazionale.

Per raggiungere tale finalità, le Linee guida  prevedono che la rete delle Istituzioni Scolastiche e la relativa Offerta Formativa, con caratteristiche   di stabilità di medio-lungo periodo, debbono tener conto, in particolare di:

  • caratteristiche orografiche delle diverse aree territoriali, con particolare riguardo alle situazioni di disagio relativamente al sistema del trasporto locale, alla viabilità e tempi di percorrenza;
  • ripresa socio-economica delle aree colpite dal sisma;
  • disponibilità di strutture idonee e funzionali;
  • vocazionalità dei territori;
  • strategie di sviluppo messe a punto dalla Regione Marche, che prevedono la valorizzazione delle aree interne, peculiari della nostra realtà ed eccellenza del nostro patrimonio storico, culturale e paesaggistico (art.9 della Costituzione)

La bontà indiscussa di tali criteri/obiettivi, che da anni vengono reiterati nelle Linee guida triennali, alla luce dei risultati, hanno perso nel tempo parte del loro valore. Pertanto si intende, in un’ottica di continuità ma con una nuova visione, mettere in atto strategie politico-amministrative che siano realmente funzionali al raggiungimento di tali obiettivi,  fondamentali per la crescita culturale, professionale e umana dei nostri giovani e per il loro futuro.  

MEDESIME OPPORTUNITA’ FORMATIVE PRESENTI NELLE ALTRE REALTÀ NAZIONALI,  DISTRIBUITE IN MANIERA OMOGENEA TRA LE DIVERSE AREE TERRITORIALI DELLA REGIONE

 

Obiettivo fondamentale che necessariamente il nuovo Governo regionale dovrà porsi, sarà quello di migliorare la programmazione della rete scolastica regionale in modo che possa offrire realmente e in maniera omogenea nelle diverse aree, le medesime opportunità formative alle studentesse e agli studenti marchigiani, senza evidenti differenze tra provincie, e, all’interno di esse, tra costa e entroterra.

Ad oggi, l’Offerta formativa non è ben distribuita sul territorio marchigiano e, spesso, ove più ove meno, risulta non rispondente ai bisogni formativi e alle istanze dell’utenza, studenti e famiglie, mancando a volte la giusta sinergia con le realtà economico-produttive del territorio e con le Università. Ciò significa perdita di opportunita’ formative e lavorative per i nostri giovani, lasciando scoperti dei settori che invece potrebbero fiorire all’insegna dell’innovazione, creando così benessere sociale. 

Si assiste spesso a operazioni di dimensionamento che certamente non fanno bene ai territori e alla qualità del servizio di istruzione: soppressione di autonomie, soprattutto all’interno, duplicazioni di indirizzi in uno stesso bacino di utenza compensate dall’ assenza completa di alcuni di essi in altre zone, sovradimensionamento di alcuni Istituti (per lo più Licei della costa) con un numero di alunni che arrivano fino a 2.500).

Un esempio è ciò che accade nella Provincia di Pesaro-Urbino, dove accanto alla difficoltà dell’entroterra di ottimizzare la propria offerta formativa a causa di barriere naturali orogenetiche, e da una non adeguata viabilità e rete di trasporti, a cui purtroppo si aggiunge una povertà nel tessuto economico-produttivo che non permette di collegare il mondo della scuola al mondo della produzione e dei servizi, assistiamo anche, in controtendenza, ad una difficoltà dei ragazzi della costa di frequentare indirizzi dell’Istituto Tecnico-Tecnologico poiché l’unico Istituto è localizzato, in controtendenza, per tradizione storica,  nell’entroterra.

La Regione, nonostante l’approvazione da parte della parti sociali ed economiche (Associazioni di categoria, sindacati), dell’USR, e delle delibere unanimi di approvazione da parte del Consiglio Provinciale, ha sempre deliberato negativamente rispetto alla possibilità che anche la costa pesarese e il suo interland potesse offrire ai suoi studenti un’offerta formativa nel settore Tecnico Industriale (a oggi presente solo in un Istituto parificato, a pagamento), affermando che l’offerta formativa per la Provincia era già ben rappresentata dall’Istituto Tecnico di Urbino (a 35 kam dalla costa con caratteristiche orogenetiche e viabilità poco favorevoli). E ciò nonostante la vocazionalità del territorio nel settore industriale, e la presenza di risorse, strutturali, strumentali e professionali specifiche utili alla nascita dell’istituto Tecnico a costo zero (nel tempo destinate ad essere disperse).

Ciò ha avuto e ha come conseguenza che gli studenti, per evitare il disagio del trasporto (tempi di percorrenza, sovraffollamento e  costi), ripieghino su altri indirizzi di studio, o si dirigano verso altri Istituti Tecnici-Tecnologici della costa fuori Regione (Rimini) o fuori Provincia (Ancona) incrementando la mobilità passiva e scollegando i giovani dal proprio territorio (dati statistici della Provincia e della Regione).

Di contro i Licei di Pesaro, affollatissimi, offrono una pluralità di possibilità, che spesso vengono equiparate all’offerta formativa dei Tecnici, pur avendo profili di uscita completamente diversi, offrendo così una sponda a chi non vuole “emigrare” fuori Provincia (per poi accorgersi che non è la stessa cosa e cambiare indirizzo in itinere)

E non solo:

In altre Provincie, invece si assiste a fenomeni opposti: ridondanza e mal distribuzione di Istituti Tecnico-Tecnologici (solo la Provincia di Ancona ne conta 5), e non solo, anche di altri indirizzi, soprattutto  i Licei e persino di Istituti Tecnici Economici nonostante che le iscrizioni per Istituto siano in calo.

 

  • ISTITUTI PROFESSIONALI E POLI TECNICO-PROFESSIONALI

Pochi invece sono nella Regione gli Istituti Professionali, non adeguatamente sostenuti dalla Regione, pur essendo fondamentali per creare il reale collegamento tra l’istruzione, la formazione e la realtà economico-produttiva, gli unici a formare quelle competenze trasversali e professionali realmente spendibili, già all’uscita dal percorso di studi, nel mondo del lavoro, oltre che fornire una dignitosa preparazione culturale che apre anche alla strada Universitaria o a quella della Formazione Tecnica Superiore.

Per essi occorre che la Regione promuova una serie di iniziative e di investimenti affinché diventino efficaci anelli di congiunzione tra la ricerca Universitaria, ovvero tra l’innovazione, motore dell’economia, e il lavoro qualificato nelle aziende del territorio.

Solo incentivando la nascita di Poli Tecnici-Professionali intorno alle filiere produttive e ai servizi del territorio, in sinergia con l’Università, si può spingere le aziende verso  l’innovazione affinché diventino eccellenze mondiali nel Made in Italy. Competenze qualificate, ricerca e innovazione, lavoro: questa è la strada che porta i nostri giovani a rimanere nei nostri territori e a valorizzarli. A questo dovrebbe essere finalizzata una parte dei Fondi Europei  nel prossimo settennio 2021-27.

 

 

 

Green Economy e Green New Deal

La nascita dei Poli Tecnico-Professionali è fondamentale in particolar modo per lo sviluppo di settori innovativi quale quello della Green economy, nuovo modello sviluppo per un economia sostenibile, attraverso investimenti per la formazione di competenze tecnico-operative spendibili nel settore, affinché la nostra Regione si allinei agli obiettivi comunitari del Green New Deal, il nuovo patto verde europeo il cui obiettivo strategico è quello di trasformare l’Europa nel primo continente a impatto climatico “zero” entro il 2050.   Ad oggi la Green Economy, in rapida espansione, rappresenta uno dei pochi settori che ancora promette la formazione di posti di lavoro, attualmente non più assorbibili nel settore manifatturiero tradizionale attraversato da una crisi strutturale.

Attualmente, l’istruzione e la formazione nel settore non è adeguatamente sviluppata, o più precisamente è in declino dal 2010, ovvero da quando l’indirizzo chimico-biologico, presente in diversi Istituti della Regione, è stato eliminato dall’istruzione professionale con la Riforma del 2010, e convertito nelle Biotecnologie “ambientali” e “sanitarie” dell’Istituto Tecnico-Tecnologico.

Alcuni Istituti professionali, alla stregua di ciò che è accaduto a livello nazionale, sono riusciti a recuperare il ricco patrimonio di esperienze, di competenze didattiche e professionali, di risorse strutturali (laboratori) e strumentali e di collegamenti territoriali, ottenendo dalla Regione l’istituzione al loro interno dei nuovi indirizzi biotecnologici del settore Tecnico; altri purtroppo no.

In particolare nella Provincia di Pesaro-Urbino, dove  tale conversione non è stata approvata dalla Regione,  oggi manca di un’offerta formativa qualificata indirizzata alla formazione di figure tecnico-professionali specializzate con competenze opertative nei settori ambientale, alimentare e biomedico, privando così di tali figure il mercato del lavoro, a danno della richiesta di occupabilità da parte delle aziende, società e laboratori che operano nel campo della prevenzione e della gestione del rischio ambientale e sanitario (numerose tra Ancona e Rimini), che si trovano a rispondere ad una sempre più crescente domanda da parte delle attività produttive di sicurezza igienico-sanitaria e ambientale, soprattutto nei luoghi di lavoro, nell’alimentazione, nella qualità dell’aria e dell’acqua, nella gestione dei rifiuti e degli impianti di produzione di energie rinnovabili e alternative. Pregiudicato anche, in questo caso, il fondamentale collegamento già esistente in passato, con l’Università di Urbino e di Ancona, ovvero con i corsi di laurea in Biotecnologie, in Scienze ambientali, in Agraria e in Biologia, posti a completamento della filiera formativa del settore, e le relazioni qualificate e consolidate con diversi Enti operanti nel settore chimico-clinico-ambientale e costantemente coinvolti, in passato, nel processo formativo (ad es. ARPAM, ASUR, Provincia, Istituto Zooprofilattico, Marche Multiservizi, Laboratori privati operanti sia in provincia che nel territorio riminese).

E tutto ciò è anche in contraddizione con le strategie di sviluppo messe a punto dalla Regidi Marche anche in relazione alla valorizzazione del patrimonio paesaggistico,  che trova nell’innovazione biotecnologica un valido alleato per il risanamento ambientale. 

  • SCUOLE DELL’ENTROTERRA E  ISTITUTI OMNICOMPRENSIVI  

Linee guida per la Programmazione rete scolastica: “Strategie di sviluppo messe a punto dalla Regione Marche, che prevedono la valorizzazione  delle aree interne, peculiari della nostra realtà ed eccellenza del nostro patrimonio storico, culturale e paesaggistico (art.9 della Costituzione)

E’m ormai risaputo che per i giovani la realtà dell’entroterra non è facile da vivere e da gestire.

Oltre al disagio derivante dalla viabilità e dai trasporti, a questa si aggiunge la presenza di un’offerta formativa limitata, non sempre rispondente alle loro attitudini e ai loro interessi, che si collega con difficoltà alla non fiorente realtà economico-produttiva del territorio.

Inoltre,  gli Istituti Scolastici sia del primo che del secondo ciclo di istruzione, sparsi in un territorio vasto e con pochi e difficoltosi collegamenti tra loro, sono posti a continuo rischio di perdita dell’autonomia, a causa dei numeri di alunni non sempre sufficienti a raggiungere i limiti dettati dalla normativa vigente. Infatti, a norma del DPR n. 81/2009 (Norme per la riorganizzazione della rete scolastica)  e del D.L. n. 98/2011 (convertito in Legge n. 111/2011), come modificato dalla Legge n. 183/2011 e successivamente dal D.L. n.104/2013 (Legge n. 128/2013), per mantenere la personalità giuridica e l’autonomia didattica, organizzativa, di ricerca e sperimentazione, le Istituzioni Scolastiche devono essere costituite con un numero di alunni non inferiore a 600 unità, ridotto fino a 400 per le Istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche. 

Il criterio dei 400 alunni, in parte si può dire fortunatamente, nella Regione Marche, si applica non solo ai comuni montani propriamente detti, ma anche a tutti i Comuni appartenenti alle Comunità montane che non abbiano proprio le caratteristiche dei Comuni montani. Ma è un criterio che nelle Marche viene applicato in modo “troppo rigido”, difficilissimo da derogare, neanche per poche unità, a meno che non ci sia una volontà politica precisa che tenga in seria considerazione le caratteristiche e le esigenze del territorio attraverso un’interlocuzione  virtuosa e un dialogo costante con l’Ufficio Scolastico Regionale che rappresenta il Ministero della Pubblica Istruzione a livello regionale.

Occorre superare la logica “efficientista” del servizio di istruzione e formazione, soprattutto nelle zone interne, poichè la qualità del sistema di istruzione e formazione non può basarsi solo sull’efficienza, ma anche e soprattutto sull’efficacia.

Occorre trovare la quadratura del cerchio tra efficacia ed efficienza per garantire il “successo formativo” degli alunni dell’entroterra,  diritto fondamentale di cittadinanza, indipendentemente da fattori ambientali e  geografici.

Purtroppo, il rischio della perdita dell’autonomia è sempre elevato e ciò significa spesso smembramenti di Istituti del primo ciclo verticalizzati che già al loro interno contengono più ordini di Scuole (Istituti Comprensivi) o di Istituti Superiori con più indirizzi di studio.  

Proprio per evitare questo rischio, fin dal 2008, sono sorti nelle Marche (come in altre realtà italiane analoghe), e per volere della Regione, n. 3 Istituiti Omnicomprensivi di cui uno ad Amandola in Provincia di Ascoli Piceno e due nella provincia di Pesaro-Urbino (Sassocorvaro e Urbania). Trattasi di Istituzioni Scolastiche caratterizzate dal massimo della verticalizzazione, dall’Infanzia fino a diversi indirizzi di Scuola Superiore, ovvero scuole del primo e del secondo ciclo di istruzione.

La Regione promosse la loro istituzione proprio per salvare l’identità storico-culturale dei territori interni e la loro economia. Successivamente tale scelta, dopo anni di grande impegno profuso per gestire e consolidare tali realtà, tanto efficaci quanto complesse, è stata messa in discussione proprio dalla Regione stessa per far spazio a politiche diverse finalizzate allo smembramento delle unità formative territoriali per accentrare la popolazione scolastica proveniente da diversi “bacini interni”, anche distanti tra loro e diversi per storia e cultura, in pochi “poli di istruzione”

Obiettivo imprenscindibile della prossima legislatura sarà quello di salvaguardare in tutti i modi la sopravvivenza degli Istituti Ominicomprensivi che hanno dimostrato di essere funzionali agli obiettivi prefissati al momento della loro nascita.

La Scuola, in generale (sia essa un Istituto Comprensivo, sia essa un Istituto di istruzione Superiore sia essa un Istituto Omnicomprensivo) rappresenta il futuro e la sopravvivenza delle zone interne, un punto importante di sintesi e di riferimento culturale/formativo per la tutta la popolazione locale, un luogo in cui generazioni di bambini/ragazzi crescono e si formano all’insegna di un’unica identità.  

Le Scuole dell’entroterra sono realtà vive, “attente alle proprie radici e proiettate al futuro”, abituate ormai da tempo a lavorare e lottare per la loro sopravvivenza;  piene di iniziative formative e culturali sia per la crescita dei bambini/ragazzi che per la formazione continua (long life learning) degli adulti, sono le uniche Istituzioni presenti valorizzatrici del territorio, poste a tutela e salvaguardia del patrimonio paesaggistico, storico-artistico–artistico (art. 9 della Costituzione), con la funzione di forza propulsiva verso l’innovazione e lo sviluppo economico-produttivo  del territorio di appartenenza.

I giovani devono essere educati a credere nei loro territori, e la formazione deve tendere allo sviluppo di competenza imprenditoriali, basate su innovazione e cultura. Ma non basta: occorre investire per dare loro  l’opportunità di mettere a disposizione le competenze acquisite e dare un loro valido motivo per “tornare” nel caso in cui, per arricchire il loro bagaglio culturale, professionale ed esperienziale,  scelgano di lasciare loro “luoghi natii”.

E questo è l’obiettivo principale delle amministrazioni locali delle aree interne che, pur non avendo “grandi” bilanci,  investono le loro risorse in attività progettuali e, soprattutto, per l’edilizia, affinché gli ambienti scolastici siano decorosi e sicuri.

Ma questi Comuni vanno sostenuti dalla Regione, così come vanno sostenute le Provincie, nelle loro competenze sull’edilizia scolastica delle Scuole Superiori che, purtroppo,  vengono agite in maniera diversificata tra la costa e l’entroterra dovendo sempre fare i conti con una coperta troppo corta. 

 

  • SCUOLE DEL CRATERE SISMICO

Linee guida per la programmazione della rete scolastica “Ripresa socio-economica delle aree colpite dal sisma

Se quanto detto è vero per tutte le realtà dell’entroterra, lo è ancora di più per le Scuole delle zone colpite, tristemente, dal sisma del 2016. Già difficile era prima del sisma il compito di sostenere territori tendenti alla desertificazione, oggi, in quelle zone, sta diventando una missione impossibile.

Dopo quattro anni, il raggiungimento dell’obiettivo posto dalle Linee guida 2019 non è più rinviabile, completando la ricostruzione con criteri antisismici di tutte le Scuole del cratere o l’adeguamento antisismico delle strutture sopravissute. 

Le iniziative dei privati sono lodevoli, ma circoscritte, ed essendo le Scuole patrimonio pubblico e “servizio pubblico essenziale” per le comunità, devono essere sostenute con le risorse pubbliche.

 

  • SOSTENIBILITA’ DEL TRASPORTO SCOLASTICO

 

Linee guida 2019 per la programmazione della rete scolastica: “Caratteristiche orografiche delle diverse aree territoriali, con particolare riguardo alle situazioni di disagio relativamente al sistema del trasporto locale, alla viabilità e tempi di percorrenza

 

Nella popolazione scolastica delle Scuole Superiori esiste un forte disagio  per quel che riguarda il trasporto scolastico, sia in termini di costi, sia in termini di tempi di percorrenza e di viabilità, in special modo per le studentesse e gli studenti che abitano nell’entroterra dove, oltre tutto, la copertura oraria è ridotta lasciando spesso scoperta la fascia oraria pomeridiana con la conseguente riduzione delle attività pomeridiane delle scuole (attività di scuola aperta, centri sportivi scolastici, recuperi e potenziamenti).

Ciò è vero sia per la viabilità interna che per quella dall’interno alla costa e dalla costa all’entroterra, ponendo in posizione di vantaggio gli alunni che abitano sulla costa e che frequentano scuole viciniori.

Il sovraffollamento dei bus scolastici è il fattore ciò che accomuna il trasporto sia della costa che dell’entroterra, diventando un vero e proprio incubo nelle lunghe percorrenze, anche e purtroppo, per fenomeni di bullismo sui bus sempre più frequenti e difficilmente controllabili.   

          Riuscire a mettere in campo azioni e risorse per rendere “sostenibile” il trasporto scolastico significherebbe meno “costi sociali” derivanti non solo dalla onerosità degli abbonamenti che le famiglie devono sostenere, ma anche e soprattutto dai fenomeni di “dispersione”, ovvero di quella parte di essa detta “implicita” poiché meno evidente, derivante dai passaggi degli studenti da una scuola all’altra, da un indirizzo di studi all’altro, per il quale spesso non hanno attitudine, con il solo scopo di evitare il “disagio” derivante dal “trasporto”: questo spesso comporta mancato raggiungimento dei traguardi attesi in termini di competenze e ciò significa, in alcuni casi, che questi giovani, pur non essendo “dispersi” in senso formale poiché comunque continuano a frequentare un’ Istituto Superiore, escono dalla Scuola senza le competenze fondamentali con prospettive di inserimento nella società non molto diverse da quelle degli studenti che non hanno terminato la Scuola Superiore. 

          Inoltre, nei casi più gravi, il disagio derivante dal trasporto per lunghe percorrenze in situazioni spesso di sovraffollamento costituisce un co-fattore che si associa ad altre forme di disagio endogeno (difficoltà di apprendimento, scarso impegno, scarsa motivazione allo studio) o esogeno derivante dall’ambiente scolastico: in tal caso si assiste ad abbandoni precoci del percorso scolastico o a frequenti insuccessi che alimentano la dispersione anche di tipo formale.

Le criticità del trasporto scolastico regionale sono ora emerse in modo importante e prepotente in merito alla gestione dell’emergenza pandemica da Covid-19.

In base alle misure igienico-sanitarie di prevenzione dell’infenzione da Covid-19, il sistema dei trasporti regionale per garantire la sicurezza, potrà trasportare (in contemporanea) solo il 60% degli studenti degli Istituti Scuole Superiori, e ciò ha inevitabilmente conseguenze importanti sull’organizzazione delle Scuole che già, per mancanza di spazi adeguati,  sono in enorme difficoltà per garantire le regole preventive sul distanziamento.

Le risorse dello Stato, sono purtroppo insufficienti e la Regione purtroppo, al momento, HA impiegato risorse in modo marginale. Ma se la Scuola è una priorità e la ripartenza in presenza è un imperativo, la sinergia Stato-Regione in tema di stanziamenti di risorse, dovrebbe essere fattore imprenscindibile.

Ed è ciò che ci si proporrà di fare, sostenere le Scuole per garantire il diritto allo studio sempre, soprattutto nei momenti di emergenza e grande difficoltà come quello presente.

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  1. PERCORSI DI  ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALI (IeFP) REGIONALI

(QUALIFICHE PROFESSIONALI TRIENNALI)

 

Fino alla Riforma dei percorsi di istruzione del 2010 (cd. Riforma Gelmini), le qualifiche professionali triennali erano gestite dallo Stato nell’ambito dell’istruzione professionale. Al terzo anno dei percorsi quinquennali professionali, le studentesse e gli studenti conseguivano la Qualifica di Operatore, utile per l’inserimento “precoce” nel mondo del lavoro per coloro che non avendo propensione per lo studio, ma attitudini e abilità operative, desideravano lasciare la Scuola e non proseguire nel biennio post-qualifica fino al conseguimento del Diploma di maturità con il titolo di “Tecnico” specializzato nei diversi indirizzi di studio.

Per anni, la possibilità di conseguire la qualifica al terzo anno nel sistema di istruzione ha rappresentato il “salvagente” per tutti quei giovani che, essendo poco motivati agli studi o per mancanza di autostima (per ragioni endogene o esogene) non avrebbero MAI scelto di affrontare un percorso quinquennale di studi e, data la vigenza dell’obbligo scolastico che  fino al 2006 era di nove anni e non di dieci, alcuni si iscrivevano al primo anno e poi abbandonavano gli studi senza alcun titolo in mano, andando a incrementare le schiere dei “dispersi”.

In molti casi invece, questa tappa “intermedia” del terzo anno, se raggiunta con successo, fungeva da “motivatore” allo studio, e la maggioranza poi proseguiva fino al conseguimento della maturità e oltre negli studi universitari.

Con il D. Lgs. n.76 del 2005 è stato introdotto il diritto-dovere all’istruzione, ovvero obbligo scolastico fino a 16 anni e formativo fino al 18 esimo anno o almeno fino al conseguimento di una qualifica professionale. Iniziò così a diventare fondamentale il ruolo dei Centri per l’Impiego provinciali (ora di competenza regionale) che intercettavano i ragazzi “fuoriusciti” dal sistema scolastico dopo l’assolvimento dell’obbligo scolastico e, una serie di insuccessi scolastici, per avviarli alla formazione professionale biennale o all’apprendistato per il conseguimento della qualifica al di fuori del sistema di istruzione, come strada alternativa.  Le Scuole, in particolare gli Istituti professionali e i Centri per l’Impiego facevano parte un circolo virtuoso a difesa della dispersione scolastica, ognuno con un suo ruolo ben preciso.

Dal 2010, la Riforma degli ordinamenti scolastici sottrae le “Qualifiche” all’istruzione statale per rispondere al dettato costituzionale derivante dalla Riforma del Titolo V del 2001 (Legge n.3) che attribuisce alla Regioni la legislazione esclusiva in materia di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) nel rispetto dei i livelli essenziali delle prestazioni (LEP), determinati dallo Stato,  concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale…e sempre “fatta salva l’autonomia delle Istituzioni Scolastiche”. Nasce il sistema della “sussidiarietà”, integrativa o complementare, lasciando cioè aperta la possibilità, in un’ottica di continuita’, di “integrare” tali percorsi IeFP all’interno dei percorsi di Istruzione professionale, al fine di  non disperdere il ricco patrimonio di risorse, di esperienze e di competenze pedagogico-didattiche e formative specifiche sviluppate all’interno degli Istituti Professionali, dove la dimensione educativa, soprattutto nella fascia di età adolescenziale, e’ importante tanto quanto quella formativa professionale specifica.

Col crescere della percentuale di alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) (soprattutto negli Istituti Professionali, e, ancora di più, nell’Istruzione e Formazione Professionale), ovvero alunni disabili (H), alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) o Disturbi Specifici Evolutivi (DES), alunni stranieri con svantaggio linguistico da alfabetizzare e alunni con disagio socio-economico-familiare, diventa sempre più cogente  mantenere gli alunni in un sistema che possegga strumenti di inclusione e in cui la crescita culturale vada di pari passo con quella della formazione professionale, soprattutto nell’età adolescenziale  corrispondente a quella dell’obbligo scolastico. E’ noto che molti di questi alunni provengono dalle fasce più deboli della società trovando nell’Istruzione Professionale Statale quella struttura organica ed organizzata, anche a livello interistituzionale, che si fa carico di gestire il progetto di vita dello studente tenendo in assoluta considerazione tutte le aree della sua personalità in evoluzione.

Ogni Regione fece, al tempo, la sua scelta.

La Regione Marche scelse la sussidiarietà integrativa, ovvero di integrare i percorsi di qualifica triennali nell’istruzione professionale, chiedendo solamente alle Scuole di flettere il curriculum dell’istruzione agli standard formativi regionali  utilizzando la quota dell’autonomia del 20%. Pertanto, utilizzando gli organici ministeriali e con risorse aggiuntive (minime) della Regione per misure di accompagnamento e esami finali (ad eccezione degli Operatori del Benessere ove si è reso necessario impiegare maggiori risorse regionali per pagare gli esperti acconciatori ed estetisti), i percorsi di IeFP sono stati portati avanti virtuosamente dagli Istituti Professionali con ottimi risultati in termini di crescita umana, culturale e professionale dei propri studenti che, già con il conseguimento della qualifica, maturavano competenze adeguate per l’inserimento nel mondo del lavoro. Molti di essi, essendo già inseriti nel sistema di istruzione statale, hanno poi proseguito gli studi.

Per questi motivi, la Regione per anni ha considerato gli Istituti Professionali come suoi interlocutori privilegiati, anche in base agli ottimi risultati apprezzati soprattutto dalle aziende e dalle associazioni di categoria.

I Centri per l’impiego e della formazione professionale svolgevano un ruolo di sponda, ovvero di argine alla dispersione post-obbligo, laddove gli alunni particolarmente poco portati per lo studio, abbandonavano i percorsi di istruzione e anche quelli di istruzione e formazione professionale.

Ma da qualche anno, la tendenza è cambiata. Progressivamente si è assistito  ad una programmazione degli IeFP in “sussidiarietà complementare” che da maggiore spazio agli Enti pubblici (Provincia) e ancora di più agli Enti privati nell’erogazione di percorsi di qualifica nella fascia di età dell’obbligo scolastico, ovviamente con costi molto più elevati per la Regione.  

Gli Istituti Professionali non sono più interlocutori privilegiati.

Ciò conduce ad un abbassamento della qualità dei percorsi, poiché ad essi manca la dimensione pedagico-didattica inclusiva, come già definita fondamentale nel biennio delle Superiori, dove i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di sostegno, di attenzione alla persona, di accoglienza prima ancora che di istruzione  e formazione, se non si vuole creare schiere di “disagiati” destinati all’esclusione sociale.

Inoltre, conduce ad un impoverimento dell’istruzione professionale, a cui vengono sottratti alunni che già a 14 anni vengono dirottati in corsi IeFP gestiti da privati.

Molti Istituti infatti, rischiano il dimensionamento, soprattutto, nell’entroterra.

Ma senza l’Istruzione Professionale, che società avremo? L’industria, l’Artigianato, i Servizi? Le arti e i mestieri? Che fine faranno? Le competenze, trasversali e professionali, saranno vere competenze?

Tutto ciò significa inoltre “disorientare” alunni e famiglie, che non comprendono esattamente la differenza tra “Enti erogatori” pensando solo a percorsi più semplici, per poi magari pentirsi e voler rientrare nel percorso dell’istruzione dopo la qualifica con competenze trasversali di cittadinanza e culturali non adeguate, da recuperare e integrare.

Per non parlare poi del 4^ anno dell’IeFP per il conseguimento della qualifica di secondo livello, concesso solo ai privati.

L’ulteriore Riforma dell’Istruzione Professionale del 2017 (D.Lgs. n.61) definisce i percorsi IeFP come autonomi, che comunque possono continuare a essere svolti dagli Istituti Professionali in sussidiarietà (non più definita ne integrativa, né complementare) con possibilità di “passaggio” tramite moduli di allineamento al sistema dell’istruzione e viceversa. L’importante è raggiungere gli standard formativi regionali.

Ma la Regione, per “alimentare il sistema IeFP”, dall’anno scolstico 2019/20, ha scelto la strada dei Fondi europei.

Gli Istituti Professionali e gli Enti di formazione privati, messi a concorrere sullo stesso piano, hanno dovuto partecipare nell’anno scolastico appena trascorso, ai Bandi POR Marche FSE 2014-20 (uno per ogni corso IeFP presente negli Istituti, fino a 8-9 Bandi per Scuola) e questa procedura, tutt’altro che semplice anche in termini di rendicontazione. Ogni anno quindi gli Istituti Professionali devono misurarsi con altri Enti di formazione (sia pure erogando un’offerta formativa non paragonabile) con l’incertezza del risultato e con conseguente difficoltà nell’orientamento a definire la propria Offerta formativa in vista delle iscrizioni). Incertezza e instabilità del sistema.

Gli Istituti Professionali devono essere tutelati dando loro, e soprattutto all’utenza, certezze. Il sistema dovrà necessariamente cambiare.

Il sistema regionale dell’Istruzione e Formazione professionale dovrà essere  il più possibile integrato nel sistema dell’istruzione professionale, almeno fino all’espletamento dell’obbligo scolastico, lasciando ai Centri per l’Impiego e agli Enti di formazione privati la gestione di corsi di formazione biennali post-obbligo e la formazione permanente per i giovani oltre i 18 anni e per gli adulti.

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  1. DISAGIO E DISPERSIONE

L’esclusione sociale e il problema dei NEET

A livello internazionale per dispersione scolastica, quella rilevata statisticamente, si intende la quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni d’eta con al massimo il titolo di Scuola Secondaria di primo grado o una Qualifica di durata non superiore ai 2 anni e non più in formazione.

La dispersione scolastica esplicita è un fenomeno di abbandono scolastico precoce  molto complesso e articolato, non facile da arginare e gestire, derivante da una mancata o incompleta o irregolare fruizione dei servizi dell’istruzione da parte di ragazzi e giovani in età scolare.

Al suo interno racchiude:

  • la totale non scolarizzazioneanche ai livelli iniziali di istruzione
  • l’abbandono, ossia l’interruzione per lo più definitiva dei corsi di istruzione
  • la ripetenza, ossia la condizione di chi si trovi a dover frequentare nuovamente lo stesso corso frequentato in precedenza con esito negativo
  • casi di ritardo, quali l’interruzione temporanea della frequenza per i motivi più vari o il ritiro dalla scuola per periodi determinati di tempo

In generale trattasi di forme di “insuccesso scolastico” che genera cittadini senza risorse e competenze adeguate per partecipare proficuamente alla vita sociale; l’esclusione sociale che ne deriva segna i giovani per tutta la loro vita adulta, con conseguenti ed elevati costi individuali e sociali.   

Il tasso di dispersione scolastica a livello nazionale, dopo un decennio di calo costante, è tornato a crescere negli ultimi due anni : secondo i dati EUROSTAT 2019,  in Italia tale percentuale (che si determina misurando la quota degli Early Leavers from Education and Training (ELET), è del 14,5% della popolazione scolastica. La Strategia Europa 2020, a cui l’Italia ha aderito, si pone l’obiettivo di ridurlo entro fine anno a un valore del 10%.

Nel confronto con gli altri paesi europei l’Italia è al quartultimo posto per numero di ELET, distante dal valore medio dell’Unione (10,6%). Risultati peggiori si registrano solo in Spagna (17,9%), Malta (17,4%) e Romania (16,4%). I paesi più virtuosi sono Croazia, Slovenia e Svizzera, seguite da Lituania, Grecia e Polonia, tutte al di sotto del 5%.

Da precisare che parte della dispersione, sia pure minima, avviene nel passaggio tra la Scuola Secondaria di I grado e la Scuola Secondaria di II grado; la maggior parte degli abbandoni avvengono nei vari percorsi di studio delle Scuole Superiori, sia pure con un distinguo tra i diversi indirizzi. Il tasso di dispersione scolastica più contenuto si registra nei Licei (1,8%), seguiti dagli Istituti Tecnici (4,3%) e dagli Istituti Professionali (7,7%). La percentuale di abbandono più elevata riguarda i percorsi regionali IeFP (corsi di Istruzione e Formazione Professionale di competenza regionale), con un abbandono complessivo del 9,9%.

Alla quota degli abbandoni scolastici precoci, si aggiunge quella derivante  dal fenomeno della dispersione implicita, area grigia a livello statistico pertanto più difficilmente calcolabile. Essa è costituita da una quota, non trascurabile, di studentesse e studenti che pur terminando il loro percorso scolastico, non raggiungono le competenze fondamentali previste dai traguardi di uscita della Scuola  Superiore. Anche questi giovani rappresentano un’emergenza per il Paese, per due ordini di ragioni. In primo luogo, i “dispersi impliciti” affrontano la vita adulta con competenze di base totalmente insufficienti per agire autonomamente e consapevolmente nella società in cui vivranno, ovvero questi giovani si trovano ad affrontare la vita adulta senza avere le competenze minime necessarie  per esercitare la cittadinanza attiva, per proseguire gli studi, o per intraprendere un percorso professionale. In secondo luogo, questi giovani adulti non sono individuati dal sistema e, quindi, molto difficilmente possono godere delle azioni di supporto di cui avrebbero invece molto bisogno.

Secondo i dati INVALSI, si stima che la dispersione scolastica totale, implicita ed esplicita, superi il 20% a livello nazionale.

 

Riguardo i dati della Regione Marche, essi risultano fortunatamente inferiori rispetto alla media nazionale (riferiti solo alla dispersione esplicita), attestandosi all’11% nel 2016 (in Italia nel 2016 il dato era al 13,8%). Non si hanno dati aggiornati al 2019, per cui non è dato da sapere se il trend marchigiano ha seguito il medesimo aumento nazionale. D’altro canto il tasso di scolarizzazione del 2019 è stato pari al’ 87,5%, superiore al dato nazionale dell’81,8%.

Ciò ci conforta ma ancora molto è da fare. Anche le Marche devono raggiungere l’obiettivo europeo del 10% e, caso mai, posizionarsi, in modo virtuoso, anche al di sotto.

La dispersione colpisce i nostri giovani, ovvero il futuro del nostro Paese, per cui non si ritiene pretenzioso pensare di ridurne i tassi ai minimi termini.

E occorre iniziare a considerare anche il fenomeno della dispersione a tutto tondo, implicita ed esplicita,  mettendo in atto politiche di contrasto adeguate che puntino sullo sviluppo delle competenze di cittadinanza e professionali di tutti i giovani marchigiani, con adeguate azioni di supporto formativo e sociale sia nel campo dell’istruzione che della formazione, contribuendo cioè a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 della Costituzione)

Per capire come orientare le strategie politiche, è necessario fare una seria analisi delle cause e dei fattori del fenomeno, partendo dalla considerazione fondamentale che i tassi di dispersione scolastica sono uno dei primi indicatori del livello di EQUITA’ di una Regione e, più in generale , della Nazione, ovvero è la misura di quanto sia o meno agita nei territori i livelli di uguaglianza sostanziale. 

Tra le cause principali sicuramente il background socio-economico a cui spesso si aggiungono problematiche nel contesto scolastico, sia interno che esterno (caratteristiche e servizi territoriali).

Povertà della famiglia o del territorio di origine, differenze culturali o di genere, incertezza delle prospettive occupazionali. E La situazione si protrae oltre l’età scolare poiché la mancanza di un titolo di studio condannerà i giovani che hanno abbandonato la scuola ad avere meno opportunità, perpetuando le disuguaglianze che hanno generato il fenomeno.

La soluzione sta nel prevedere nella programmazione della rete scolastica un’ Offerta formativa diversificata e plurale anche nei territori meno agiati, che risponda il più possibile ai diversi bisogni formativi dell’utenza, affinché il sistema nazionale di istruzione e formazione possa essere fruibile allo stesso modo da tutte le studentesse e gli stessi studenti della Regione di appartenenza, e offrire le medesime opportunità formative,  indipendentemente dalla diversità dei luoghi di residenza.  

Ciò non significa “non ottimizzare e razionalizzare il servizio di istruzione e formazione”, ma rendere il sistema PIÙ EQUO. E in questo, nel rispetto del principio costituzionale della sussidiarietà, le Regioni hanno sicuramente in un ruolo cardine.

Incentivare l’erogazione degli IeFP negli Istituti Professionali ed essere pronti ad accogliere nel percorso della formazione professionale coloro che, dopo l’assolvimento  dell’obbligo scolastico e il compimento dei 16 anni di età, intendono uscire dal percorso dell’istruzione per conseguire almeno una Qualifica entro il 18esimo anno di età (diritto-dovere all’istruzione) o attraverso i corsi di formazione presso i Centri per l’Impiego, o attraverso l’apprendistato. Inoltre occorre promuovere il SISTEMA DUALE, sul modello tedesco, oggi poco presente nelle Provincie marchigiane, per tutti quei ragazzi con attitudini tecnico-operative che nell’alternanza tra periodi a Scuola e periodi formativi sul lavoro (con retribuzione) trovano la motivazione allo studio e la loro realizzazione  formativa.

  • ORIENTAMENTO SCOLASTICO E LAVORATIVO

I fenomeni di dispersione possono essere arginati anche con una seria politica di orientamento scolastico sulle opportunità  formative in primis, e poi lavorative, presenti nel territorio.

Un orientamento che non sia esclusivamente “informativo” ma anche e soprattutto “formativo” che aiuti le ragazze e i ragazzi in uscita dal percorso di studi del primo ciclo a conoscere meglio se stessi, ad acquisire la “consapevolezza del sé”, dei personali talenti e della personale forma di intelligenza, per una scelta congruente con le proprie attitudini, i propri interessi e con le proprie passioni.

Sono azioni che non possono essere lasciate alla libera iniziativa delle singole Scuole che spesso orientano gli alunni secondo la media dei voti (9-10 al Liceo; 7-8 al Tecnico; 6, o inferiore al 6, al Professionale) non tenendo conto delle attitudini e degli interessi.

Occorre mettere a sistema le iniziative attraverso la messa in campo di una  progettualità che coinvolga vari attori, dai docenti della Scuola media ai docenti della Scuola Superiore a figure professionali specifiche come lo psicologo attitudinale, fino alla realizzazione di “laboratori” co-progettati tra gli istituti del primo ciclo e quelli del secondo in un’ottica di continuità, e che dovranno toccare diversi ambiti e proporre argomenti e metodologie didattiche più vicini agli interessi delle ragazze e dei ragazzi e che li aiuti a capire e ad esprimere creativamente le loro inclinazioni.  Un primo importante passo per far fronte all’alto rischio di abbandono scolastico e prevenire quindi situazioni di devianza, isolamento e disagio sociale, ovvero per provare a dare a tutti, come si è già detto, le stesse opportunità.

Per questo ci vogliono risorse che sono solo parzialmente rintracciabili nei fondi statali, e ancora meno nei bilanci comunali o provinciali.

Una scelta sbagliata nel passaggio alla Scuola Superiore spesso “costa caro” ai nostri ragazzi che rischiano di perdere motivazione, autostima e, nelle passerelle da un indirizzo all’altro, di disorientarsi accumulando quel “ritardo scolastico” che a volte prelude alla “bocciatura” e quindi all’abbandono precoce. Il primo anno delle superiori è sicuramente il più critico: i ragazzi più fragili, usciti dalle medie, si trovano ad affrontare un contesto generalmente più rigido, con un bagaglio di lacune che si aggiunge alla delicatezza di un momento di transizione, rendendo difficoltoso l’apprendimento di nuove materie e nuove conoscenze soprattutto se non rientrano nei loro interessi e non sono rispondenti alle loro attitudini. Chi ripete l’anno non sempre riesce a colmare le lacune, ma di certo vive uno sradicamento, oltre che un duro colpo alla propria autostima, trovandosi inserito in un gruppo di ragazzi più piccoli e spesso più capaci nelle materie scolastiche.

Altro obiettivo fondamentale è quello di ottimizzare le attività di orientamento dei Centri per l’Impiego per i giovani che escono dal sistema dell’istruzione per passare alla formazione professionale o all’apprendistato, incentivando la collaborazione con le Scuole nell’effettuazione dei  “colloqui motivazionali” che, attualmente, vengono svolti solo dagli operatori del Job.

Anche l’uscita dalla Scuola Superiore, sia pure avvenga con successo al termine del percorso,  ha bisogno di essere supportata con azioni sistemiche di orientamento sia verso l’Istruzione e la Formazione Tecnica Superiore (IFTS), di competenza regionale, sia  verso gli studi universitari o verso il mondo del lavoro.

Occorre potenziare le iniziative che “orientino” i nostri giovani nel mondo delle opportunità formative e lavorative post-diploma, dando loro il giusto supporto nell’interfacciarsi al mondo del lavoro e dell’imprenditorialità anche creando maggiori possibilità di effettuazione di tirocini formativi, in Italia e all’estero, che siano adeguati alle richieste. 

Un efficace orientamento potrebbe ridurre notevolmente la dispersione e anche in questo caso, trattandosi dei nostri giovani e del nostro futuro, investire in questa direzione diventa inderogabile e imprescindibile. La programmazione delle risorse regionali e dei Fondi europei deve necessariamente porsi tale obiettivo.

LA DISPERSIONE E IL PROBLEMA DEI NEET

Il fenomeno della dispersione scolastica è purtroppo direttamente collegato con quello dei NEET (Not in Education, Employment or Training), ovvero giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non sono inseriti in un percorso di istruzione o di formazione.

La percentuale a livello nazionale di tale fenomeno si attesta sul 23%. In generale è il basso livello di istruzione che aumenta la possibilità di diventare NEET anche se nel 2018 la percentuale nazionale più alta è stata registrata tra i diplomati (24,8%), seguiti da chi ha la licenza media (22,7%) e dai laureati (20,2%).

Nelle Marche il fenomeno è molto più contenuto registrando una percentuale più bassa rispetto a quella nazionale pari al 16.7%, anche se in aumento del 3,5% negli ultimi dieci anni (dati di ottobre 2019).

Il tasso di Neet varia dal 21,6% della provincia di Macerata al 10,8% di quella di Ascoli Piceno.

 “Inattivi scoraggiati”, rappresentano un fenomeno economico ma anche sociale poiché questi giovani hanno perso la speranza di credere nel futuro: non studiano, non lavorano e hanno anche rinunciato a cercare un’occupazione. Non sono iscritti agli uffici di collocamento e le statistiche non li considerano disoccupati.

Il livello d’istruzione ha una forte relazione con lo stato di NEET. La maggioranza di essi nella nostra Regione hanno il diploma di Qualifica professionale, soprattutto se donne, seguiti da coloro che hanno conseguito il diploma di Scuola Superiore e dai giovani che hanno al massimo la licenza media. I giovani laureati hanno la più bassa probabilità di divenire NEET.

Il programma “Garanzia per i giovani” prevista dal programma dell’Unione europea nel 2013 per le politiche attive del lavoro rivolto ai giovani NEET (Programma Youth Guarantee nelle Marche per NEET – Programma Unione europea – Politiche attive del lavoro) NON è stato insufficiente a contenere il fenomeno, tant’è che esso è aumentato del 3,5% negli ultimi dieci anni.  Occorre un pluralità di azioni sistematiche e perduranti nel tempo, in primis il supporto per la ricerca attiva del lavoro con l’adozione di regole ben precise, la formazione continua (life long learning), misure di accompagnamento e  orientamento nel mondo della formazione e del lavoro, soprattutto nel momento contingente attuale di crisi occupazionale delle piccole e medie imprese in seguito all’emergenza epidemiologica Covid-19.

In ultimo, ma non ultimo,  il sostegno psicologico a questi giovani che avendo perso la speranza di trovare un’occupazione, debbano ritrovare le energie mentali e la giusta motivazione al fine di esercitare il loro indiscusso diritto-dovere al lavoro.

 

 

  1. EMERGENZA COVID

SCUOLA, SANITA’ E TRASPORTI

 

Lo stato di emergenza venutasi a creare in seguito al pandemia da Covid-19 pone in primo piano il ruolo della Regione nel garantire la sicurezza sanitaria nelle Scuole attraverso i suoi presidi sanitari territoriali.

L’imminente riapertura delle Scuole in sicurezza, oggetto di acceso dibattito nazionale, tra Ministero, personale scolastico, parti sociali, sindacati, genitori e alunni, in una situazione ad oggi resa ancora più incerta, nonostante le Linee guida e i protocolli ministeriali, dall’aumento giornaliero dei contagi, chiama la Regione ad organizzare un’adeguata ed efficace sorveglianza sanitaria attraverso la costituzione di unità mediche presso le ASUR a disposizione degli Istituti Scolastici.

Accanto alle risorse stanziate dal Governo per l’attuazione delle misure preventive di contrasto e contenimento dell’infezione da Covid-19 previste dai Protocolli ministeriali, dovranno necessariamente affiancarsi risorse regionali in campo sanitario affinché le “task force territoriali” delle ASUR riescano realmente ed efficacemente a supportare tutte le Scuole, dalla costa all’entroterra, così come previsto dalle Linee guida ministeriali, fino ad auspicare la presenza di un medico per ogni Scuola. 

La Scuola è l’unica “organizzazione lavorativa” che “muove” una massa critica consistente, formata da studenti, studentesse e personale scolastico che per “almeno” per sei ore consecutive devono coesistere in spazi spesso non adeguati (non è stato possibile procedere agli adeguamenti degli spazi per mancanza di tempo e congrue risorse, sia pure con l’adozione di tutte le misure preventive igienico-sanitarie indicate dal Comitato Tecnico Scientifico Nazionale)

La qualità della sorveglianza sanitaria farà la differenza.

Anche sul fronte dei trasporti la Regione è chiamata, con urgenza, a fare la sua parte, compito al quale sicuramente non si sottrarrà.

Non sarà facile risolvere nel breve periodo la problematica relativa al carico ridotto del 40% dei bus scolastici, ma anche questa dovrà rappresentare una priorità poiché al momento, rappresenta una delle criticità principali per la “ripartenza”, che obbliga le Scuole a trovare soluzioni organizzative spesso di dubbia efficacia per l’erogazione qualificata del servizio scolastico.  

 

 

  1. PROGRAMMAZIONE DEI FONDI EUROPEI 2021-2027

PER L’ISTRUZIONE E LA FORMAZIONE

 

Per il governo del territorio marchigiano e, in particolare,  per la realizzazione delle politiche a favore dei giovani nel campo dell’istruzione e della formazione, la Regione dovrà programmare le proprie risorse con efficacia e razionalità, nel breve, medio e lungo periodo, sia in riferimento alle risorse autonome che ai trasferimenti dello Stato.

Particolare attenzione dovrà essere posta alla programmazione dei Fondi Europei del prossimo settennio perché essi siano funzionali ai processi e ai servizi.

Nel campo dell’istruzione e della formazione ciò significa dare gambe alla realizzare gli obiettivi delle Linee guida per un rete scolastica equa ed efficace, rispondente ai bisogni formativi dei giovani marchigiani e funzionalmente collegata con il mondo del lavoro e con quello dell’Università, della ricerca e dell’innovazione.

Nello specifico le risorse europee dovranno, possibilmente, essere utilizzate per: 

  1. Sostenere gli Enti Locali per garantire il diritto allo studio dei giovani in ambienti scolastici sicuri e dignitosi (sostegno all’edilizia scolastica).

 

  1. Sostenere l’Istruzione Professionale e Tecnica con la creazione di un numero maggiore di Poli Tecnici e Professionali in modo da realizzare un’efficace raccordo con la formazione professionale (IeFP), il mondo del lavoro e quello della ricerca e dell’innovazione.

 

  1. Potenziare l’Istruzione e la Formazione Professionale (IeFP), di esclusiva competenza regionale, favorendo la “sussidiarietà” con l’Istruzione Professionale e incentivando  il sistema “duale”.

 

  1. Supportare l’Alternanza Scuola-Lavoro (oggi denominata PCTO – Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) sia dei percorsi di istruzione che dei percorsi di qualifica, con programmi che favoriscano il collegamento tra scuola e aziende finanziando, o co-finanziando, sia i corsi sulla sicurezza sui luoghi di lavoro per i ragazzi e le ragazze in stage che le visite mediche preventive sulla base dei DVR aziendali, a norma del D. Lgs. n.81/08, tramite specifici accordi tra Regione e Ministero dell’Istruzione così come previsto dalle Linee guida ministeriali sull’Alternanza Scuola-Lavoro.

 

  1. Qualificare il ruolo orientativo dei Centri per l’impiego per i ragazzi e le ragazze che escono dal percorso dell’istruzione dopo aver assolto l’obbligo scolastico, collegandolo in modo strategio e sinergico con il ruolo orientativo delle Scuole.

 

  1. Programmare nel campo della formazione post-obbligo scolastico un’offerta formativa maggiormente rispondente ai bisogni delle fasce di ragazzi “più deboli” che non proseguono nei percorsi dell’istruzione.

 

  1. Investire su iniziative di orientamento formativo in ingresso e in uscita dalla Scuola Superiore allo scopo di arginare il disagio e la dispersione scolastica. 

 

  1. Potenziare il trasporto scolastico e distribuirlo omogeneamente in tutte le aree della regione, abbassandone anche i costi soprattutto per le fasce economiche più disagiate.

 

  1. Potenziare le azioni di formazione  continua per i NEET e le politiche attive del lavoro.

 

  1. Perseguire l’obiettivo europeo del Life long laearning (Lisbona 2010) promuovendo la formazione permanente degli adulti che necessitano di “riconvertirsi professionalmente” a causa dell’instabilità del mercato del lavoro.

Tutela degli Animali

Infine occorre tutelare l’ambiente urbano, a vantaggio del benessere degli animali e del nostro stile di vita. Se l’emergenza sanitaria, combinata alle necessità di ritornare ad un corretto rapporto con la natura ed il mondo che ci circonda, non può escludere la cura del nostro ecosistema urbano, nei nostri spazi e aree verdi persone e animali vivono un connubio che non esclude nessuno dalla responsabilità di preservare certi stili di vita, anche in tempo di crisi.

Perché questo senso di responsabilità civica e morale non resti vittima dell’egoismo e dell’individualismo della vita privata occorre ripensare al modo, semplice e intelligente, con cui gestiamo qualsiasi forma di relazione con la natura, che sia il comportamento durante una visita ad un parco naturale o la gestione quotidiana del legame animale-uomo-città.

Diverse sono le azioni che proponiamo, ma certamente è importante potenziare le campagne di formazione e diffusione delle notizie a valore anche scientifico, che giorno dopo giorno possono renderci consapevoli su come preservare gli spazi cittadini, alcuni dei quali sono necessari per la vita dei nostri animali.

L’impatto culturale-educativo delle nuove forme e tecnologie di comunicazione ed apprendimento dovrebbero quindi essere canalizzati verso gli effettivi fruitori e svolgere, così, un ruolo centrale, affinché alcuna generazione resti esclusa dalla conoscenza di queste esigenze e desideri, parte integrante della nostra società civile.

Sharing economy nel mondo animale e naturalistico in generale significa che “l’oggetto, lo spazio, la disponibilità, il tempo inutilizzato del mio vicino può essere utilizzato da me”; ciò presuppone la capacità di “donare” al prossimo il proprio tempo, spazio o disponibilità, ad esempio per badare all’animale del concittadino quando è in vacanza o semplicemente impossibilitati.

La sharing economy (la cui traduzione letterale è economia collaborativa) consiste infatti in un’attività economica che comporta transazioni in rete: necessita quindi di piattaforme rapide e semplici per connettere domanda e offerta di assistenza, assistenza tanto più estesa quanto più coinvolte saranno reti civiche e professionisti di settore (dal mondo dei servizi agli animali alle professioni veterinarie, fino agli enti di tutela).

Il tutto in un unico flusso condiviso di informazioni.

Anche per questa tematica, dunque, assume rilevanza la distribuzione e la condivisione di notizie, messaggi, problemi e soluzioni; ciò è possibile esclusivamente mediante il coinvolgimento diretto dell’associazionismo, fonte di risorse umane e professionali, che possa contribuire direttamente alla diffusione della cultura dell’ambiente, spazio esteso come domestico.

Non da ultimo, la politica ha il dovere di equiparare l’uomo al suo compagno animale, per il contributo al benessere psico-fisico che questo rapporto comporta, e ciò è possibile solo ponendoli con parità di diritti: quindi è essenziale prevedere la figura provinciale del Garante degli animali (attingendo gratuitamente dall’associazionismo di settore), ad esempio predisponendo una app per ciascuna provincia per contribuire a fornire ogni notizia utile sul proprio convivente a quattro zampe. Questa figura svolgerà un ruolo istituzionale necessario per verificare eventuali casi di maltrattamenti, risolvere le criticità, sulla scorta degli aggiornamenti di associazioni e veterinari ovvero sulla base delle segnalazioni provenienti dalla cittadinanza, fino a garantire assistenza per vie legali qualora lo si ritenga necessario, fino a promuovere progetti e campagne di sensibilizzazione cittadine contro il fenomeno del randagismo e a sostegno delle adozioni attive.

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